Una ragione per lo studio del latino e del greco
Il dibattito sulle ragioni dello studio del latino e del greco è molto vivo, e non intendo qui darne una sintesi. Basta svolgere una ricerca in rete per rendersi conto della vastità della discussione in corso e delle motivazioni avanzate sia in favore che contro.
Intervengo soltanto per proporre un argomento, a favore di tale studio, che a me pare centrale. Non posso davvero escludere che tale argomento sia già stato sviluppato da qualche autore, dato che non ho svolto una ricerca approfondita e non conosco (né, forse, è possibile conoscere) tutti in testi che si prendono cura di difendere gli studi classici.
Parto da alcune delle giustificazioni addotte a favore dello studio delle lingue classiche, sulle quali non mi dilungo.
- Lo sviluppo di capacità intellettuali.
Si sostiene che lo studio della lingua greca e latina sviluppi in maniera privilegiata le capacità di applicare la logica e il ragionamento rigoroso (fatto cioè di distinzioni e scelte sottili): (i) ai problemi umani; (ii) allo strumento stesso di cui ci serviamo per ragionare (cioè proprio la nostra stessa lingua).
Sotto il profilo sub (i), rilevo che si possono immaginare molte altre materie di studio che hanno le stesse potenzialità educative. Si può forse perfino sostenere che lo studio di qualsiasi cosa, se ben strutturato, sviluppi tali capacità.
Sotto il profilo sub (ii), osservo che questo mio contributo rappresenta un approfondimento del medesimo discorso.
- L’importanza delle civiltà greca e latina.
Ammettiamo (in ipotesi) che per la nostra formazione culturale sia importante la conoscenza delle civiltà greca e latina: è diffusa opinione che per conoscere in modo serio qualsiasi civiltà è indispensabile apprendere la relativa lingua.
Non discuto tale assunto: si tratta quindi di una buona ragione a favore degli studi classici. Si potrebbe tuttavia osservare che i nostri giovani (salve rare eccezioni) non sono destinati a diventare studiosi di tali civiltà, e che ai fini della loro formazione generale potrebbe bastare uno studio che non preveda l’accesso diretto alle fonti. Di fatto, mi pare che nei licei italiani la storia, la filosofia e la letteratura greca e latina vengano studiate, per la maggior parte, su testi scritti o tradotti in italiano. Se le conoscenze di uno studente fossero limitate alle fonti lette direttamente in greco e latino queste sarebbero scarse e frammentarie, e non darebbero accesso a una sufficiente conoscenza delle due civiltà.
- L’accesso diretto alla poesia.
Ammettiamo che la poesia non sia traducibile: occorre approcciarla direttamente nella lingua originaria. Bene. Non vi sono però ragioni di privilegiare la poesia greca o latina rispetto a quella scritta nelle altre lingue. Si tratta di fare una scelta (non potendosi conoscere tutte le lingue che hanno dato vita a componimenti poetici); scelta che resta in larga parte soggettiva.
- La comprensione etimologica delle lingue romanze e dei testi scientifici.
È vero, il greco e il latino aiutano moltissimo nella comprensione dell’etimo delle parole e del funzionamento delle lingue neolatine. Aiutano un poco anche con riguardo alle lingue germaniche, che risentono di notevoli influssi provenienti soprattutto dal latino. Il greco, poi, sta alla radice di molte parole della scienza, in particolare della biologia (al cui interno sta la medicina). Lo studio del greco e del latino in questo senso apporta un notevole beneficio, e si tratta di un vantaggio che si pone sulla stessa linea di quello, a mio avviso principale, che sto per sviluppare. Tuttavia, se il beneficio fosse solo questo, sarebbe ragionevole chiedersi se non lo si possa ottenere senza necessità di dedicare uno studio così approfondito al greco e al latino. Si potrebbe infatti immaginare un insegnamento delle lingue romanze, così come della biologia (medicina inclusa), più attento ai profili etimologici dei vocaboli. Uno studio in cui al latino e al greco si scende dall’alto - in via incidentale - come conseguenza di un approccio consapevole alle parole (e alle strutture linguistiche) che vengono usate.
Dopo questa rapida sintesi, espongo l’argomento a mio avviso decisivo. Lo chiamerò “Argomento del lavorio sulla madrelingua”. Nel nostro caso, ovviamente, la madrelingua è l’italiano, ma l’assunto vale per qualsiasi madrelingua, persino quelle non romanze e non germaniche.
Pensiamo a come si studiano a scuola il greco e il latino. Come lingue “morte”. Innanzi tutto non si cerca di parlarle e neppure di scriverle. Tutto lo studio è in funzione della traduzione dei testi antichi in italiano. La traduzione dall’italiano al greco è completamente trascurata; quella dall’italiano al latino viene (forse) insegnata all’inizio del corso di studi, ma solo come verifica dell’apprendimento delle strutture grammaticali di base. In sintesi, la gran parte dello sforzo dello studente nel corso dei cinque anni di liceo si concentra sullo studio della lingua greca o latina finalizzato alla traduzione dei testi in italiano. Tanto ciò è vero che la “versione dal greco” o la “versione dal latino” è anche la prova scritta cui lo studente viene sottoposto all’esame di maturità classica. Dopo tale esame, è rarissimo che l’ex-liceale (se non diventa uno studioso di lettere antiche), pur avendo ben svolto i suoi studi, sia capace di leggere testi scritti in greco antico come invece si legge un testo inglese o francese; poco meno che rarissimo è il medesimo caso con riferimento ai testi latini.
Del tutto diverso è l’approccio alle lingue parlate. Qui lo studente deve imparare a far cadere il suo legame con l’italiano, e a gettarsi il prima possibile nel mare della nuova lingua, a pensare nella nuova lingua. All’inizio pensieri rudimentali, perché limitati dalla scarsità delle conoscenze; poi via via pensieri più articolati; il tutto però sempre con un approccio volto a far maneggiare direttamente la lingua da apprendere, non l’italiano. L’italiano va messo da parte il più presto possibile. Anche nella lettura, lo studente è incoraggiato a non cercare la traduzione italiana di ogni singolo vocabolo che non conosce, allorché comunque il contesto gli permetta di cogliere il senso di ciò che sta leggendo. Tutto ciò a beneficio della fluidità della lettura e dell’immersione della sua mente, anche in questo caso, nel “campo” linguistico dell’idioma straniero in questione (con la maggior possibile esclusione del “campo” italiano).
Le conseguenze sono notevolmente divergenti: nel secondo caso si impara a parlare la lingua straniera; nel primo caso si impara a parlare … l’italiano! Vediamo perché.
Abbiamo davanti a noi un testo greco o latino da tradurre e un vocabolario. Abbiamo studiato la grammatica ma non basta: dobbiamo stare ore sul vocabolario. Soprattutto nei primi due anni di liceo lo sfogliamo in continuazione e dove impieghiamo la maggior parte del nostro tempo è sulle parole più frequenti e importanti, quindi fortemente polisemiche; quelle per le quali il dizionario ci presenta decine di possibili diversi significati.
Una parola latina o greca da tradurre da un lato, dieci, venti, quaranta, perfino ottanta, diverse parole italiane dall’altro lato: quale sarà quella giusta? Siamo immersi nel mondo dei sinonimi, delle sfumature, degli slittamenti di significato. Traslazioni a volte sorprendenti, che gettano un’improvvisa luce su parentele lontane fra i vocaboli. Accostamenti più o meno stretti, che alla fine della catena marcano un percorso di significati fra loro intrecciati.
Incontriamo senz’altro (se abbiamo 15 o 16 anni), parole italiane sconosciute. Sono poste accanto ad altre conosciute: intuiamo subito le loro affinità semantiche. Concetti che prima ci parevano irrelati rivelano ora ciò che hanno in comune (e ciò che li differenzia). È un lavorio costante che dura cinque anni: un lavorio sulla lingua italiana. Faccio qualche esempio.
Il giovane studente di latino si imbatte nella parola fero in un contesto abbastanza complesso. Sa già che vuol dire portare ma non gli basta per capire il senso della frase. Apre il vocabolario e lo scorre (in questo caso si tratta del Vocabolario della lingua latina – IL di Castiglioni e Mariotti). Lo scorre tutto perché è imprudente fermarsi prima della fine dei possibili significati. Quante diverse parole italiane (semplici o complesse) incontra? Settantotto. Il tutto corredato degli appropriati esempi in frasi latine, che differenziano le varie costruzioni della frase:
portare, trasportare, portare in grembo, mostrare, palesare, manifestare, mettere in mostra, condurre avanti a sé, richiedere, esigere, comportare;
arrecare, mettere in moto, spingere, trascinare, portar con sé, condurre, guidare, portare in alto, alzare, esaltare, innalzare, offrire, gettare, spargere, porgere, dare, far mostra di sé stesso, mostrarsi, offrirsi volontariamente, farsi vedere, comparire, portarsi, andare, muoversi, volgersi, lasciarsi trascinare, lasciarsi portare, lanciarsi, scorrere;
riferire, raccontare, tramandare, narrare, proclamare, dire, citare, divulgare, annunciare, presentare, indicare, spacciare, citare, circolare, passare per;
presentare, proporre;
dare il voto, pronunciare la sentenza;
registrare, riportare nel libro dei conti;
ottenere, ricevere, riportare, conseguire;
produrre, generare;
portar via, rapire, togliere, prendere, saccheggiare;
tollerare, sopportare, subire, patire, sostenere, resistere.
È un’alluvione di parole italiane, che vanno prima di tutto capite. A tal fine, la nostra mente è stimolata ad operare di continuo sottili distinzioni di significato.
Le parole sono poste in ordine, nel vocabolario, per ambiti semantici, per cui se per esempio non so cosa vuol dire la parola divulgare, la vedo messa accanto a dire e citare da un lato, e a annunciare e presentare dall’altro. Non posso non intuirne il significato.
Imparo concretezza ed astrazione, connessioni e analogie, e sempre un mare di discriminazioni. Per esempio, il verbo portare si può riferire ad oggetti materiali ma anche a pensieri (di qui i significati di cui sopra al n. 3); ma ci sono molti modi di “portare” i pensieri: possono esser propri (dire) o altrui (citare); possono essere espressi senza enfasi (raccontare) o con enfasi (proclamare); possono essere veri o falsi (spacciare); possono essere recenti (riferire) o frutto di un’antica tradizione (tramandare). I nostri pensieri negativi possono essere portati dentro noi stessi come si porta un peso: tollerare, sopportare. Se il peso è grave la nostra condizione slitta verso il subire e quindi anche il patire. Ma se siamo forti possiamo sostenere (il peso) e quindi anche riuscire a resistere.
Portare le cose in giro per il mondo può implicare il farle conoscere, ed ecco i significati di mostrare, palesare, manifestare. L’atto del portare è connotato da uno spirito di azione, ed ecco i sensi di arrecare, mettere in moto, spingere, trascinare, condurre, guidare. Facendo più fatica si può portare qualcosa verso l’alto, e ciò dal neutro alzare può assumere un connotato più marcato: offrire, esaltare, innalzare. Mostro la cosa ma nel farlo mostro anche me stesso, e ciò può diventare il vero scopo della mia azione: comparire, farsi vedere, mostrarsi, far mostra di sé stesso. Ma poi il corso degli eventi può diventare autonomo rispetto all’attività del soggetto, e questi può anche assumere un atteggiamento più passivo: lasciarsi trascinare, lasciarsi portare, scorrere. In certi (ben particolari) contesti portare può persino trasformarsi nel suo reciproco: ottenere, ricevere, conseguire, riportare (non nel senso di portare di nuovo, ma nel senso di conseguire/ottenere). Si può portare verso un luogo ma anche portare via da un luogo; e se ciò è fatto contro la volontà altrui il senso diventa quello di prendere, e poi di togliere, e in un crescendo di violenza perfino di saccheggiare e di rapire.
Per la traduzione di parole dai significati tanto ampi è fondamentale cogliere pienamente il contesto della frase e il suo significato, che è l’unico modo per disambiguare tali parole. Lo studente è stimolato a capire. Non può andare avanti nella traduzione senza capire. Si può imparare a memoria - a pappagallo - di tutto (capendo poco della sostanza ma senza farsene accorgere, almeno in prima battuta, e quindi restando credibili): da una dimostrazione matematica al pensiero di un filosofo, dagli accadimenti di un periodo storico alla formula di una reazione chimica. Ma non si può tradurre in modo credibile senza capire ciò che si sta traducendo. Capire, capire, capire: senza tanti sermoni i nostri giovani alle prese con la versione vengono educati a cercare il senso delle cose. Nello specifico: entrare nella mente dell’autore greco o latino per cogliere il senso di quel che ha scritto; in generale: entrare nella mente degli altri per cogliere il senso di quello che accade nelle relazioni intersoggettive. Scusate se è poco!
È un’esposizione costante, settimana dopo settimana, per cinque anni. Chi può non imparare uno splendido italiano se sottoposto a tale esercizio? Sapersi esprimere con la propria lingua è questione complessa, in cui una parte fondamentale è data dal dominio del lessico. Lo studio del latino e del greco sviluppa ai massimi livelli tale capacità. Ci sono alternative? Nell’attuale panorama degli insegnamenti liceali non mi pare. Ecco quindi un’autentica specificità di valore dello studio in questione.
Un altro esempio, questa volta dal greco (tratto dal Vocabolario della lingua greca – GI di Franco Montanari): έχω. Vuol dire avere ma anche, a seconda del contesto (e della forma attiva, media o passiva), molte altre cose:
avere, possedere – avere una relazione amorosa – avere in casa, ospitare – occupare, abitare – avere in cura, governare, proteggere – comportare, produrre – (geom.) contenere, comprendere, (di misure e monete) contenere, valere;
tenere – tenere indosso, portare indosso, indossare – tenere in una data condizione, mantenere – tenere insieme, contenere, racchiudere, tenere custodito, proteggere – tenere, trattenere, fermare, tener lontano da, far cessare da – tenere in una direzione, volgere;
tenersi, mantenersi, trattenersi, fermarsi, astenersi, cessare – tenersi un una direzione, volgersi – approdare, sbarcare – estendersi;
possedere nella mente, conoscere, capire, ritenere, considerare, tenere fermo in mente, tenere la mente in una direzione; (neg.) non sapere;
con avv.: stare (in un certo modo), essere (in un certo modo);
avere possibilità di, essere in grado di, potere;
avere da, essere costretto, dovere;
(medio) tenersi, attaccarsi, afferrarsi, attenersi, essere attaccato;
(medio) trattenersi, astenersi, fermarsi, cessare;
(medio) essere connesso, dipendere, concernere, riguardare – essere contiguo o vicino, seguire;
(passivo) essere avuto o posseduto – essere affetto, essere in preda – essere tenuto o trattenuto, essere fermato.
Sono ottantaquattro diversi significati (più, o meno, o quasi per nulla sinonimi tra loro), che esplorano le multiformi possibilità dell’atto di avere. Lascio questa volta al lettore il gusto di riflettere sui molteplici legami - evidenti o sotterranei - che connettono tutte quelle diverse accezioni, e di cogliere le relazioni (e le distinzioni) fra i vari ambiti semantici che vengono coperti dalla parola έχω.
Potrei andare avanti con esempi tratti da centinaia di vocaboli latini e greci. Per lo studente è un continuo armeggiare con il lessico italiano; un continuo confrontare i vocaboli proposti dal dizionario, e soppesarne il valore semantico, arguendo altresì il significato di quelle parole che incontra per la prima volta.
Se tale sforzo aiuta, e mi pare evidente, è difficile immaginare una via diversa (rispetto a tutte quelle ore di studio del latino e del greco) per ottenere lo stesso risultato. È noto che leggere buoni libri è ottimo per apprendere in modo raffinato una lingua. Però la lettura è passiva; la traduzione è attiva. Leggendo assorbiamo lo stile dell’autore in modo lento e poco consapevole; traducendo siamo di continuo costretti a fare scelte coscienti, a ragionare sulle aree semantiche delle decine di parole proposte dal vocabolario e a decidere, con assunzione di responsabilità, quale sia la soluzione interpretativa migliore. È come quando si tratta di ricordare un percorso stradale: fa una bella differenza se si è alla guida dell’auto o invece si è trasportati
È un’attività mentale che, come già visto, non viene richiesta nello studio delle lingue vive (studio finalizzato in primis a permetterci di parlarle), alle quali ci si deve approcciare in una modalità del tutto diversa. È bene quindi che il latino e il greco che studiamo al liceo siano “lingue morte”; morte e sepolte devono essere, per fare esplodere di vita la nostra lingua madre! Certo, un effetto probabilmente analogo potrebbe immaginarsi se gli studenti liceali fossero tenuti ad immergersi cospicuamente nella traduzione di testi poetici dall’inglese, come dal francese o dal tedesco. Però questo non accade, e non è dato scorgere una possibilità di sviluppo dei programmi delle scuole secondarie in tale direzione.
Naturalmente la traduzione dal greco e dal latino serve anche a impadronirsi della morfologia e della sintassi della lingua italiana (peraltro gli studenti, per mostrare di aver ben colto la struttura della frase latina o greca, sono spesso indotti dagli stessi insegnanti a tradurre con forme sintattiche che, al fine di restare fedeli all’originale, risultano in italiano assai goffe). Tuttavia, se fosse solo questo il beneficio si potrebbe dubitare che ne valga lo sforzo. Basterebbe una frazione del tempo dedicato alle due lingue del liceo classico per giungere con profitto al medesimo risultato di un corretto uso della morfologia e della sintassi dell’italiano.
In conclusione: invitiamo i nostri ragazzi a studiare il greco e il latino per molte ragioni, non per una sola. Fra queste ragioni, una che mi pare importante è l’enorme valore di quello studio nei riguardi della lingua italiana: un modo efficace per diventare padroni del lessico, per essere artefici e artisti di un uso sottile, raffinato e personale della propria lingua madre.
Se così stanno le cose, è facile obiettare che siano sufficienti lo studio del latino e la versione dal latino, senza bisogno di coinvolgere anche il greco. Nei fatti, questa obiezione è così potente che il greco antico in tutto il mondo (a parte la Grecia) viene regolarmente studiato soltanto in Italia e soltanto nei licei classici. Tuttavia, il greco organizza il lessico in maniera diversa sia dal latino che dall’italiano. Quindi espone a raggruppamenti, parentele e distinzioni fra parole che sono più incisive nell’attivare la sensibilità lessicale dello studente e la sua creatività.
Infine, qualcuno potrebbe osservare che chi non ha studiato né greco né latino non è certo per ciò stesso un minorato nelle relazioni linguistiche; e potrebbe quindi chiedere: a che serve fare tanto sforzo per diventare soltanto un poco più abili nel parlare e scrivere la propria lingua? Assolutamente a tutto!
Con le parole possiamo fare di tutto, sia in termini artistici, che in termini utilitaristici. Soffermiamoci un istante su questi ultimi. È stato sostenuto (a mio avviso in modo convincente) che nel mondo animale le varie forme di comunicazione si siano evolute per modificare in modo attivo il comportamento degli altri membri della comunità. Fra queste forme rientra, ovviamente, il linguaggio umano. Con le parole possiamo conquistare la persona di cui siamo innamorati; convincere il datore di lavoro a darci un aumento di stipendio; calmare un automobilista al quale abbiamo appena causato un danno con la macchina; persuadere un gruppo di persone a scegliere la linea di condotta che ci pare migliore; capire le manipolazioni cui siamo sottoposti dal linguaggio della politica o della pubblicità commerciale; e così via. Con le parole curiamo le relazioni con tutte le persone alle quali vogliamo bene. Con le parole intessiamo il silenzioso dialogo quotidiano con noi stessi. Con le parole pensiamo a tutte le cose del mondo: a sottigliezza verbale corrisponde sottigliezza di pensiero, sia nell’ambito del ragionamento che in quello delle emozioni.
Più parole = più competenza nell’arte del vivere.