Un ritiro nella natura
Abbandonare e abbandonarsi.
Farsi trasportare da un ritmo ineludibile. Il ritmo dettato dalle forze che non possiamo controllare.
Togliere togliere togliere. Via il superfluo. Via orpelli. Via convenzioni. Eliminare tutto quello che non è essenziale. Ma si troverà poi l’essenziale? Non importa: quel che conta è cercarlo.
Quel che conta è aprirsi a nuovi orizzonti possibili; interiori, naturalmente.
Il momento. Cercare il momento presente. Senza scopo, perché il raggiungimento dell’obiettivo estingue l’azione votata a uno scopo. Stare soltanto nel flusso di ciò che è dotato di senso (senza un fine), perché l’azione sensata vive per sé stessa, e nessun ottenimento è in grado di esaurirla.
Bastare a sé stessi: per quello che si è, anche se non sappiamo che cosa siamo. Bastare a sé stessi in tutta la propria pochezza; in tutta la propria impermanenza.
Tutto questo è natura. Tutto questo è molto più facile se siamo nella natura.
La natura, quella meno sconvolta dall’uomo, non sbaglia mai. Ogni sua linea è armoniosa, perché frutto dell’evoluzione. Ogni suo suono è sensato, perché obbedisce a un spartito scritto nelle cose.
Amare ogni più piccolo dettaglio, o lo sguardo d’insieme. Amare tutto.
Abbandonarsi a tutto questo. Non per raggiungere chissà cosa, ma per esserci. Poi si vedrà quel che ne sortirà. Poi … non importa.
Allora partiamo.
Andiamo in montagna. Montagna, soltanto perché è più facile trovare un ambiente non disturbato dall’uomo.
Ci attrezziamo ognuno con una tendina, che dovrà ospitare soltanto il suo portatore. I viveri; un fornellino; il vestiario; il sacco a pelo. Lo zaino che conterrà il tutto. Solo l’essenziale.
Camminiamo per raggiungere il luogo dove metteremo il campo. In alto, sopra i 2.000 metri; magari vicino a un laghetto, o a un corso d’acqua. Comunque nelle vicinanze di una sorgente. Con ancora della vegetazione d’alto fusto, ma rara: siamo al limite oltre il quale il bosco lascia il posto alle piantine più piccole, e tenaci.
È faticoso. C’è del peso sulle spalle, anche se abbiamo cercato di ridurre tutto al minimo. Non importa. Non c’è fretta. Possiamo fermarci a riposare. Nessuno ci corre dietro; si tratta soltanto di raggiungere il campo, che sarà posto a non più di due ore di cammino dalla macchina. Se poi ce ne mettiamo quattro non fa nulla. E alla fine, resteremo stupiti delle risorse fisiche che abbiamo saputo tirar fuori, pur non essendo allenati, pur non essendo abituati.
Siamo con i compagni di avventura, che ci rassicurano nel silenzio.
Il silenzio: protagonista del ritiro; imprescindibile.
Nel silenzio creiamo le condizioni per spalancarci a tutti i suoni della natura là fuori, e della nostra esistenza qui dentro.
In mezzo a quei suoni si fa spazio la voce che sgorga dalle nostre profondità. Piano piano; imprevedibile. Quanti colloqui solitari col nostro sé.
Quella voce ha caratteri suoi propri, legati al qui e ora di ciascuno. Ci sorprenderà. Ci farà vedere qualcosa di noi che non sospettavamo.
Il silenzio è la nostra via, lo strumento di esplorazione del nostro mondo interiore, e non un carceriere. Al campo ci si può dover aiutare, per montare le tende, per qualsiasi altra necessità: allora le parole vivono, tutte essenziali, tutte non banali.
Fra il tempo per raggiungere il campo, il montaggio delle tende, i pasti, buona parte della prima giornata corre via. Passiamo le ultime ore di luce prendendo familiarità con il paesaggio circostante: sarà il nostro compagno per altri tre giorni. Nella notte i rumori della natura formano una ninna nanna. Li ascoltiamo; non vorremmo addormentarci, per goderceli tutta la notte; e invece poi: pluff … Nei risvegli notturni (più frequenti del solito, per le scomodità della tenda e per il freddo) quei suoni sono sempre lì, a cullarci finché non ripiombiamo nel sonno.
La mattina ci prepariamo la colazione, in silenzio. La libertà è totale: l’unica consegna è quella di non parlare ai nostri compagni di campo; ognuno starà solo per tutto il giorno. Col sole che deve ancora apparire, nascosto dalle creste, si apre la vita diurna. Camminare: poco? molto? per nulla? Contemplare; leggere; scrivere; riflettere; dormire. Improvvisiamo oppure pianifichiamo. Sedersi e semplicemente essere. Essere quello che si sta facendo, senza rincorrere qualcos’altro. Vivere e basta, senza nulla da fare, non indaffarati: sembra incredibile ma per molti l’assenza di doveri può essere un fardello pesante.
Non vi sono regole: sgorgherà da dentro di noi un ritmo della giornata, che sarà quello naturale.
Saremo noi i nostri compagni: avremo dialoghi immaginari; pensieri nuovi. Non siamo abituati a stare soli con noi stessi. Non è prevedibile tutto quel che ci passerà per la mente: è un esperimento, e come tale ci esponiamo in una certa misura all’incognito. Ci mettiamo in gioco. Ci spalanchiamo su un orizzonte nuovo.
Tutt’intorno la natura, contemplabile. Muschi e licheni, sui tronchi e sulle rocce. Piante e piantine. Insetti, marmotte, qualche rapace. Sassi, pareti, acqua. Venti e brezze, i loro suoni, i movimenti che generano. Giochi di luce, intersezioni di vita e non vita, universi in miniatura. Utile sarebbe una lente di ingrandimento.
C’è anche del disagio, perché è una situazione diversa dalle nostre abitudini. Mangiare in piedi o appollaiati su una roccia; lavarsi poco o punto; fare i bisogni all’aria aperta. Se il tempo si fa brutto … apprensione: è chiaro che agli elementi là fuori non gliene importa nulla di noi. Ci siamo spogliati delle nostre comodità quotidiane, e non è prevedibile l’effetto che fa.
Le emozioni vogliono essere condivise, è brutto trattenerle a lungo dentro di noi: ci conforta sapere che dopo il pasto della sera ci riuniremo tutti insieme, in una tenda più grande montata ad hoc, per condividere quel che abbiamo provato nel corso della giornata.
Chi decide di fare una gita lascia scritto in tenda il percorso previsto, per sicurezza. Allontanarsi da soli in montagna: pericoloso? No, ma va fatto con una semplice cautela: affrontare un itinerario nettamente al di sotto dei propri limiti. Non manca un sentiero di quelli facili facili, alla portata di tutti, ben segnato nella cartina topografica. A un’ora prefissata della sera si deve essere al campo, altrimenti scattano le ricerche.
Essere al calar del sole in alta quota, nella totale esposizione all’aperto, e non dover tornare giù, verso un rifugio, verso una casa: anche questa è un’esperienza nuova. Rallegra, ma può anche intimorire (la tendina sembra così fragile). L’alta quota è adesso la nostra casa. L’esposizione è anche interiore, dentro di noi: alle contraddizioni, agli enigmi, al fluire delle cose senza che ci capiamo un gran che. L’armonia là fuori ci dà un segnale inequivocabile: accettare noi stessi; siamo nella natura e ne siamo parte: vuol dire che partecipiamo del suo ordine; allora va bene così, va sempre bene così.
Si cena ancora in silenzio; e poi ecco il ritrovo nella grande tenda comune (dove comunque dorme una persona, per risparmiare peso). Scendono le parole. Pare quasi strano dopo tante ore di solitudine. Sembrano parole più pure; più asciutte; più precise. Siamo una piccola comunità; ci abbracciamo. Viene voglia di aprirsi, ma non è necessario farlo.
Poi il terzo giorno (il secondo tutto in quota) e la relativa notte. Quel che suonava strano sta diventando poco a poco familiare. Per chi si allontana dal campo per una lunga passeggiata il rientro della sera sembra oramai un ritorno a casa, il primo scorgere delle tendine in lontananza dà un grande senso di sicurezza; e invece si è soltanto in uno sperduto lembo di terra circondato da montagne. Il suono dei fornellini accesi sembra una sinfonia umana. L’imbrunire non è più inquietante. Si è creata una consuetudine con l’ambiente circostante.
I movimenti si fanno più fluidi: possiamo sottoporli alla nostra attenzione. Come nella giapponese cerimonia del tè, ogni piccola azione può essere fatta oggetto di consapevolezza, e ci accorgiamo di quanto sia raffinabile, sviluppabile in atteggiamenti sempre meglio misurati e coordinati. Cerchiamo di essere spettatori coscienti dei nostri gesti: prendere l’acqua dalla sorgente, versare l’acqua nella gamella, preparare il fornellino e poi accenderlo, versare il cibo da cuocere, mescolare, aver cura che il vento non spenga la fiamma, far sì che il tutto non si ribalti, spengere … mangiare. Quei gesti si ripetono due o tre volte al giorno, e li possiamo rendere armoniosi, fluidi, consapevoli. Siamo attori e spettatori. Essere quello che si sta facendo; accettare il flusso incessante delle cose; vivere il presente.
Onoriamo l’impermanenza: passa un altro giorno dal valore incommensurabile, perché irripetibile. Ichi-go ichi-e (期 会): ogni momento, ed ogni incontro, sono unici, e con tale pensiero ci prepariamo ad incontrarci ancora una volta nella tenda comune.
Tornano le parole. Fluiscono i pensieri. Non abbiamo intrapreso questo percorso da soli.
Passata è la terza notte: oggi si smonta. Un velo di tristezza. C’è ancora mezza giornata in libertà e solitudine. Oramai ci sentiamo a casa: intorno al campo le forme sono diventate familiari, alcune persino amiche; le abbiamo battezzate, si è creato un legame fra noi … che presto svanirà.
Riecco il grande zaino: più leggero perché le provviste sono quasi finite. Si scende; si può parlare, ma non è detto che se ne abbia tanta voglia: abbiamo apprezzato il valore del silenzio, che si è impadronito un poco di noi.
Se è vero che si conosce solo ciò di cui si fa esperienza e che ci cambia (il resto non è che accumulo di dati), allora abbiamo fatto scoperte, in parte ancora da scoprire.
Abbiamo vissuto un forte senso comunitario, pur avendo trascorso la maggior parte del tempo da soli.