Tutti i gusti son gusti
(predilezioni, identità personale e libertà)
Uno degli spettacoli più bizzarri offerti dalla specie umana sono i comportamenti connessi ai gusti.
Gli hobby, l’alimentazione, l’arte e la cultura, lo sport, il turismo, l’abbigliamento e tutte le altre forme di consumo di beni …: ovunque sia possibile scegliere fra alternative aventi ampi caratteri di equivalenza, le scelte appaiono in larga misura arbitrarie. Scelte che, oltre che possibili, sono anche inevitabili, stante la nostra finitezza e la limitazione del nostro agire di fronte all’immensità delle offerte che il mondo ci offre. Non solo, tali offerte sono ingrandite ad arte dall’umanità stessa, tramite invenzioni che a volte sembrano funzionali soltanto all’esplicarsi della varietà delle inclinazioni personali.
Per esempio, il caffè: in Italia esistono oltre 40 modi diversi di prepararlo (espresso, ristretto, lungo, doppio, decaffeinato, cappuccino, macchiato caldo, macchiato freddo, con panna, mocaccino, in ghiaccio, marocchino, crema al caffè, affogato, con nutella, con cannella, latte macchiato, caffellatte, americano, americano tiepido, alla turca, macchiatone, shakerato, moka, valdostano, Pedrocchi, corretto, al ginseng, in tazzina di vetro, in tazza grande, estratto a freddo, irish coffee, espressino, leccese, bicerin, …). Ipotizziamo solo quattro varietà (in realtà sono molte di più): Arabica, Robusta, Excelsa e Liberica. Le combinazioni possibili fra 40 modi di preparare il caffè e 4 sue varietà danno la cifra di 160.
La pasta: in Italia ce ne sono più di 300 tipi (che, tenendo conto delle varie misure per ciascun tipo, danno luogo a oltre 1.300 formati; rinvio alla rete per i relativi elenchi). Ipotizzando che i tipi di condimento per pasta siano almeno 100 (v. per esempio su internet: “100 condimenti per la pasta”), le combinazioni possibili fra 300 tipi di pasta e 100 tipi di sugo danno la cifra di 30.000. Includendo i diversi formati dei tipi di pasta si giunge a 1.300 x 100 = 130.000. Mi rendo conto che alcune combinazioni vanno scartate perché secondo molti costituiscono vere eresie del gusto (cosa peraltro opinabile), e che altre vanno scartate perché uniscono tradizioni regionali diverse e non associabili; tuttavia il numero resta comunque molto grande.
Gusti letterari, gusti pittorici, gusti di abbigliamento (con tutti i vari abbinamenti di pezzi e di colori), gusti sessuali, gusti sportivi, gusti ricreativi, gusti per gli oggetti (dalle automobili agli orologi, dalle penne al vasellame …), gusti alimentari (oltre a quelli per la pasta e il caffè sopra descritti), gusti turistici. Se poi volessimo calcolare le possibili combinazioni dei gusti principali (per esempio, i vari tipi di colore per i vari tipi di abbigliamento per i vari tipi di attività per le varie destinazioni turistiche), pur avendo cura di scartare le combinazioni mai attestate nella pratica verrebbe fuori un inventario molto grande.
Si suol dire che non ci sia nulla da ragionare: tutti i gusti son gusti. Nessuno deve delle spiegazioni; ognuno ha diritto ai gusti che vuole. Si tratta di preferenze in ordine alle quali non è possibile discutere (de gustibus non disputandum est); cosa che può rendere difficile imbastire un discorso razionalmente fondato.
Tuttavia, i condizionamenti che circoscrivono la nostra libertà (anche) in fatto di gusti sempre di più vengono alla luce e alimentano varie forme di discorso. Ferma la natura soggettiva delle preferenze, si scopre con dettagli man mano più raffinati quanto queste siano collegate a fattori biologici e eventi psico-sociali.
Prendiamo le abitudini alimentari: sono condizionate dalla genetica; dal livello di sensibilità gustativa e tattile (che, oltre ad avere una base biologica, cambia nel corso dell’invecchiamento); dagli esempi familiari e sociali; dall’esposizione agli alimenti nel corso dell’infanzia; dallo stato di salute; dai mezzi di comunicazione e di marketing; dalla disponibilità economica; dalle mode del momento; da fattori ideologici e religiosi; dall’aspetto del cibo e della sua confezione; dal tempo a disposizione per cucinare e mangiare; dalle concrete circostanze di ogni singolo pasto (per esempio consumato in compagnia o da soli), comprese quelle di natura emotiva. Limitazioni analoghe (anche se in parte differenti) potrebbero essere individuate per i gusti negli altri campi nei quali questi si esplicano (che poi, a ben vedere, sono tutti i campi del vivere).
Non mi soffermerò su tutto quanto circoscrive la libertà di scelta, e mi limito ad osservare che potrebbe avere dimensioni tali da elidere completamente ogni spazio di azione al libero arbitrio, ma non lo sappiamo, né vogliamo/possiamo saperlo (v. il mio articolo Il libero arbitrio tra paradossi e felicità). Pertanto non mi occuperò della questione se in fatto di gusti siamo o meno liberi. Tratterò invece dei gusti come elementi ausiliari, ma importanti, della percezione della propria identità personale, con ciò cercando di spiegare perché essi siano così proliferanti.
Che cosa facciamo quando diciamo (con tanto di motivazioni) che ci è piaciuto un certo film, oppure che non sopportiamo la recitazione di un certo attore, oppure che una giacca di un certo colore non può abbinarsi coi pantaloni di un cert’altro colore? Stiamo dando informazioni utili al nostro interlocutore a proposito degli oggetti del discorso oppure a proposito di noi stessi? Entrambe le cose, naturalmente; ma la seconda è più importante.
L’elaborazione dei gusti ci permette di avere un’idea al contempo meno generica e almeno all’apparenza più libera da condizionamenti di chi siamo, ossia della nostra identità personale; e all’occorrenza di trasmettere tale idea agli altri. L’identità personale è la percezione che le persone hanno di sé stesse sulla base delle caratteristiche individuali (per esempio, il sesso; oppure il temperamento: timido, intraprendente, caloroso, riservato, ecc.). Al suo fianco vi è l’identità sociale, intesa come gli aspetti del concetto di sé che derivano dalla consapevolezza di appartenere a uno o più gruppi sociali e dal sentimento suscitato da tali appartenenze.
L’identità sociale è fortemente condizionata da circostanze esterne al libero arbitrio della persona. Del tutto vincolata è l’identità sociale legata al sesso e al luogo e alla famiglia dove si è nati. Rilevanti vincoli derivano anche dai gruppi sociali diversi dalla famiglia, quelli sulla cui appartenenza in qualche modo si possono fare delle scelte. Tuttavia anche in questo secondo caso la libertà di comportamento è in vari gradi circoscritta, poiché l’identità sociale viene osservata, verificata e sanzionata dall’ambiente esterno del gruppo in cui l’agente si inserisce.
Se l’identità sociale tende a trascendere il nostro controllo, e a farci sentire prigionieri, lo stesso accade per l’identità personale collegata ai tratti della personalità. Nei vari gradi del continuum che collega le grandi opposizioni polari (l’essere aperti alle esperienze oppure chiusi; l’essere coscienziosi oppure negligenti; l’essere estroversi oppure introversi; l’essere amicali e empatici oppure ostili; l’essere nevrotici oppure stabili emotivamente), la nostra sensazione è di avere pochi margini di libertà. Possiamo impegnarci per modificare qualche tratto che non ci piace, e possiamo anche riuscirci (dopo molto impegno, e magari un qualche aiutino); tuttavia ciò non è a portata di libera scelta, come quando decidiamo quale abito indossare, a quale teatro andare o quale cibo acquistare al mercato. Tutto ciò vale, a maggior ragione, nei casi in cui il tratto di personalità deraglia nella patologia psichiatrica, come per esempio con il disturbo depressivo maggiore (la c.d. depressione). Al pari, non possiamo scegliere tutto ciò che accade nella galassia dell’inconscio; non possiamo scegliere se, quando e di chi innamorarci; e così via.
Sono scenari, quelli relativi ai gradi di libertà nella scelta della propria identità sociale e della propria identità personale temperamentale, per nulla idonei ad alimentare una qualche fiducia nell’esistenza del libero arbitrio.
Però la percezione (per l’alcuni, l’illusione) del libero arbitrio è centrale nella costruzione dei sistemi sociali della nostra specie, e in particolare nella costruzione del senso di responsabilità personale, senza il quale tutto il castello delle nostre società (oramai complicatissimo) crollerebbe di schianto. Infatti, se non ci percepissimo come liberi non ci sentiremmo responsabili delle nostre azioni, con epocali conseguenze di disgregazione sociale, in parte perfino difficili da immaginare.
Abbiamo un autentico bisogno di sentirci almeno un poco “proprietari” di noi stessi, perché tale sentimento fonda il processo di individuazione che noi tutti percorriamo durante l’intero corso della nostra vita.
Quindi che cosa ci resta per reputarci (in parte) dotati di libero arbitrio? Quanto meno l’universo dei gusti. Certo, qualcuno potrà sentirsi insoddisfatto dall’immaginarsi libero solo quando sceglie tra bigoli e busiate, spaghetti e linguine, cannelloni e paccheri, o penne e rigatoni. Però questo è quanto passa il convento.
C’è chi riconosce anche nei propri gusti l’opera di una forza deterministica (corollario dei grandi vincoli sopra indicati), e circoscrive l’ambito della propria libertà al solo momento dell’azione, cioè della messa in atto della propria volontà (volontà che invece, anche in questo ambito, sarebbe del tutto non libera). Tuttavia, mi pare di gran lunga maggioritaria la posizione di chi vede nelle propensioni, anche quelle più marginali, un momento di vera e piena libertà; l’impalcatura alla quale appoggiare la nostra necessità di sentirci almeno un poco dotati di libero arbitrio. Ciò, forse, per un’analogia (probabilmente errata) fra insindacabilità delle relative scelte, e libertà delle stesse; come se la seconda derivasse dalla prima. Il punto è che il fatto che nessuno dei nostri consimili possa contestare i nostri gusti effettivamente ci rende liberi dal loro sindacato. Da tale corretto senso di libertà è facile derivarne uno ben più ampio, vale a dire quello della riconduzione delle scelte in fatto di gusti ad un arbitrio assolutamente libero. Quest’ultima derivazione è contestabile, ma non lo farò nel presente scritto, in cui mi interesso della sola indagine dei fenomeni.
Ecco quindi il dispiegarsi multiforme e variegato degli ambiti del gusto, in cui ognuno, se ne sente il bisogno, può considerarsi unico e inconfondibile. Ambiti nei quali, dal fatto di scegliere in modo non sindacabile (stante il principio per cui de gustibus non disputandum est), molti desumono anche solo inconsapevolmente l’esistenza di un solido fondamento della loro sensazione di scegliere liberamente.
Del resto, l’atto del preferire accentra in sé due momenti fondamentali della vita umana: il sapere e il volere, la teoria e la pratica. Per preferire una cosa ad un’altra bisogna prima di tutto credere di conoscerle entrambe; dopo di che - all’esito del relativo confronto - è possibile esercitare la scelta, vale a dire un atto di volontà apparentemente libero (quando ci si trova in materia di gusti) e ben fondato (sulla base della predetta conoscenza delle opzioni in campo).
La libertà di un atto implica la presenza di due requisiti: (i) avere la possibilità di pensare e quindi di comportarsi in modi diversi (profilo del non determinismo); (ii) sentire che i propri pensieri ed azioni non sono dettati dal caso ma devono essere attribuiti, come fattore causale primigenio, all’agente stesso (profilo della non-casualità). Nelle predilezioni entrambe le condizioni sembrano più prossime ad essere raggiunte.
La preferenza e la scelta sono dunque gli atti dell’esistenza nei quali è più potente la sensazione di essere liberi, di essere attori della conoscenza e della volontà, decisori del proprio destino, ancorché circoscritto a sorseggiare un vino piuttosto che un altro, a calpestare questa spiaggia evitando quell’altra, a guardare quella serie televisiva piuttosto che l’altra. Nell’atto della scelta l’identità personale ha un momento di rassicurante conferma: se io fossi soltanto quel che risulta dai vari condizionamenti (biologici, familiari, sociali, culturali) sarei un prodotto, un epifenomeno, del concorso di tali vincoli; invece sono uno che ama un pane semi-integrale prodotto con lievito madre da uno specifico artigiano, uno che beve spremuta di melograno, uno che il caffè (rigorosamente Arabica) gli piace ammirarlo in tazza di vetro. Comunque stia la questione, quando esprimiamo i nostri insindacabili gusti ci sentiamo liberi, e forse ancor più liberi quando si tratta di gusti stravaganti, bizzarri o tendenti all’unicità. Un sentimento (quello della nostra libertà in fatto di gusti, e di strutturazione e consolidamento della nostra personalità grazie a questi), che non è frequente portare alla coscienza: sta sullo sfondo, come un basso continuo, ma se venisse a mancare molto cambierebbe.
Se poi, come può accadere, sentirsi unici desse qualche sensazione di frastornamento, di perdita di coordinate, di abbandono nel nonsenso, non c’è problema: nell’universo dei gusti esiste anche la rassicurante presenza di tutte le realtà intermedie fra l’individuo e la totalità dei suoi conspecifici. Restiamo (non so quanto liberamente) nel campo dei gusti alimentari. Ci sono le tradizioni di famiglia, quelle cittadine, quelle regionali, quelle nazionali. Una serie di corporazioni, dalle più piccole alle più grandi, nelle quali si può ricevere accoglienza, stampellando la propria identità personale con un bel sostegno sociale, solido ma non invadente. Un abbraccio sociale non opprimente perché se metto il pesto sulle lasagne, o il ragù sulle orecchiette, la sanzione - stante il più volte rammentato principio di non disputazione sui gusti - non potrà mai giungere alla mia espulsione definitiva dal consesso.
I maestri del gusto hanno imperato, e continuano a farlo, in tutti gli ambiti, compresi quelli artistici e culturali (nei quali, solo in teoria, la formazione delle preferenze dovrebbe avere basi meno evanescenti). Tali maestri, buoni o cattivi che risultino, sono una comoda ciambella di salvataggio quando ci sentiamo perduti come il Major Tom di David Bowie, che galleggia attorno al suo barattolo di latta disperso nello spazio cosmico. Sono anche un punto di riferimento per chi, in uscita dall’infanzia, ha o pensa di avere ancora molte cose da decidere in ordine alla propria personalità individuale, e sente il bisogno di qualche suggerimento.
Poi naturalmente nel corso del tempo si può cambiare, e a volte - specie in periodi di sofferenza - lo si desidera intensamente. Ciò che è più facile modificare sono proprio i gusti, tanto che è comune sentire persone che, quando affermano di essere cambiate, adducono a prova il mutamento di aspetti della loro vita tutti riconducibili a questioni di gusto.
Con più di cento marche di case automobilistiche, e decine di modelli per molte di esse, possiamo, portafogli permettendo, sentirci liberi al momento dell’acquisto presso il concessionario, e poi giorno dopo giorno liberi alla guida della nostra vettura comprata secondo il nostro gusto e le nostre esigenze.
Se preferite il mondo dell’arte gli esempi sono innumerevoli: colleziono stampe giapponesi “ukiyo-e” ergo sum; leggo letteratura maghrebina francofona ergo sum; ascolto musica dodecafonica postseriale ergo sum. Naturalmente, anche il disgusto svolge la stessa funzione: pure odiando la letteratura maghrebina francofona esprimo a me stesso chi io penso di essere.
Proprio l’arte risponde all’obiezione secondo la quale fino a poco tempo fa qui in occidente non eravamo sommersi di cose fra cui scegliere, e che così è tuttora in varie parti del mondo non industrializzato (e in tali contesti vi sarebbe poco spazio per le predilezioni, la vita trascorrendo di necessità in necessità). Infatti l’arte, da quando esiste, immette gli individui nel mondo del gusto, e di arte ne abbiamo prodotta fin dai tempi delle caverne, in tutte le culture del mondo, e non l’abbiamo più abbandonata. Tanto che uno dei molti modi di definirla potrebbe essere questo: l’arte è quell’attività umana che proietta - immediatamente e senza alcun particolare scopo - sia i suoi autori che i suoi fruitori nel mondo del gusto, percepito come sottratto ai vincoli delle necessità, e come tale consente alle persone di percorrere il processo di individuazione e di fondare più solidamente la propria identità personale.
Possiamo pensare di essere capaci di arginare gli ubiquitari condizionamenti dei messaggi pubblicitari, che non risparmiano alcun ambito che abbia un qualche risvolto economico, e che la sindrome del consumismo riguardi gli altri. Possiamo a tale scopo imparare a conoscere le trappole dei sistemi linguistici e di quelli cognitivi. Possiamo godere del caldo abbraccio delle corporazioni e dei gruppi sociali avendo l’abilità di non farci stritolare dalle tradizioni, dalle convezioni e dai pregiudizi. Possiamo esercitarci a diventare sempre più consapevoli delle proprie pulsioni e delle proprie arbitrarie propensioni, comprese quelle inconsce, elevando la presa di coscienza “momento per momento” al rango più elevato della nostra vita psichica.
Possiamo e dobbiamo fare tutto ciò, perché almeno lì, nei più triviali sobborghi del mondo delle preferenze commerciali, come nei più nobili quartieri delle predilezioni artistiche e culturali, ogni atto di scelta ci faccia credere che siamo persone, giudiziose e libere, e non zattere fuori controllo abbandonate in un mare imperscrutabile.
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POSTILLA
Prima di proseguire nella lettura di questa postilla invito il lettore a fermarsi a riflettere sull’articolo che ha appena letto, e a portare alla coscienza una propria idea sui temi trattati. Dopo di che può andare avanti.
Si possono, ed è un bene, avere opinioni diverse. Si deve tenere sempre acceso lo spirito critico, e anche quello autocritico. Quanto ad autocritica, l’articolo che ho scritto può essere demolito su entrambi i due fronti principali: quello del libero arbitrio e quello della percezione della propria identità tramite i gusti. Ne resta un costrutto ben confezionato, coerente al suo interno, ma semivuoto quanto a verità.
Sul libero arbitrio. L’uomo della strada non dubita affatto di averlo; mentre lo scienziato cognitivo determinista riduce anche i gusti a processi determinati. Per entrambi, i gusti non sono diversi da tutto il resto: nei confronti del libero arbitrio non esiste una natura speciale dei gusti all’interno dell’attività mentale.
I gusti vengono percepiti come più liberi delle altre scelte perché, a differenza di quelle, sono equivalenti (e per questo insindacabili.) Mentre ci sono scelte migliori e peggiori, i gusti sono tutti buoni uguale. Però la sindacabilità delle scelte non le rende meno libere, dal punto di vista del libero arbitrio. Anche dove le opzioni non sono equivalenti, e ci sono conseguenze dei più svariati tipi fra l’una e l’altra, e quindi non è solo “questione di gusti”, avviene in continuazione che le persone prendano decisioni che sono sentite - e che dal punto di vista del libero arbitrio effettivamente sono - come altrettanto libere quanto quelle tra spaghetti e rigatoni (e infatti le decisioni risultano diverse da persona a persona e da momento a momento). Il fatto che le persone scelgano in modi variegati anche quando dalle loro scelte derivano conseguenze rilevanti mostra con chiarezza che ritengono di esercitare la loro libertà. Pertanto, in molti casi la sensazione di essere fabbri del proprio destino è addirittura più forte per le decisioni fondamentali (non quindi nel campo dei gusti), e generatrici di conseguenze rilevanti, sia fattuali che in termini di reazioni positive o negative della società.
Sull’identità personale. A ben vedere, ciascuna scelta di puro gusto non conta più di qualsiasi scelta di tipo meno insindacabile; ed anche caratteristiche del tutto sottratte a qualsiasi scelta (per esempio, quelle collegate al tempo e al luogo della nascita) vengono percepite come centrali nell’individuazione di una persona. Quando le persone descrivono se stesse fanno riferimento a un complesso di elementi, nell’ambito dei quali le predilezioni in fatto di gusti risultano secondarie (mi riferisco a scelte importanti e soggette a parziali vincoli: la professione, il luogo dove si vive, ecc.). D’altro canto, con riguardo invece alle opzioni arbitrarie, quando queste superano una certa soglia (per esempio nella quantità di gusti di gelato o di pizza offerti al cliente), capita di preferire non computarle tutte e di arrestarsi ad una scelta considerata soddisfacente. Cosa che rivela la percezione dell’irrilevanza delle opzioni stesse anche relativamente alla costruzione dell’identità personale.
In conclusione, se dell’articolo vi siete formati prima un’idea, e poi un’altra in parte diversa, siete approvati da Francesco Petrarca: “Il saggio muta consiglio, ma lo stolto resta della sua opinione” (Bucolicum carmen, VIII).