Scontro con Montaigne
In un diverso articolo ho scritto del mio incontro con un uomo del ’500: Michel de Montaigne.
Ho narrato della vividezza con la quale i Saggi ci mettono in contatto con il loro autore, e di quanto ciò conferisca loro un profilo dialogico. Montaigne ci invita al dialogo perché si presenta come un Io che si rivolge a un Tu. Montaigne è un suscitatore di opinioni perché è il primo a porre in dubbio le sue stesse opinioni:
“Il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza possa. (…) Potrei cambiare fra poco, non solo di condizione, ma anche di intenti. È una registrazione di diversi e mutevoli eventi e di idee incerte. E talvolta contrarie. Sia che io stesso sia diverso, sia che colga gli oggetti secondo altri aspetti e contraddizioni. … Se la mia anima potesse stabilizzarsi, non mi saggerei, mi risolverei. Essa è sempre in tirocinio e in prova” (1487; tutte le citazioni, col relativo numero di pagina, sono tratta dall’edizione italiana dei Saggi, con testo francese a fronte, edita da Giunti/Bompiani nel giugno 2018).
Con Montaigne è quindi anche possibile scontrarsi, come è normale che accada quando si discute.
I Saggi si presentano come un monumento di sincerità, dimostrata dai moltissimi passi in cui l’autore confessa le sue debolezze, le sue incertezze, i suoi limiti (rinvio su tale punto al mio articolo sopra citato). Si veda il loro esordio: “Questo, lettore, è un libro sincero. Ti avverte fin dall’inizio che non mi sono proposto con esso alcun fine, se non domestico e privato. Non ho tenuto in alcuna considerazione né il tuo vantaggio né la mia gloria” (3).
A volte però di tale sincerità ho avuto dubbi, che mi hanno dato occasione per discutere col mio “amico” Michel.
Tema centrale al riguardo è quello della gloria. Le sue parole sono cristalline:
“Ora, quanto al fine che Plinio e Cicerone ci propongono, cioè la gloria, è molto lontano dal fatto mio. Il sentimento più contrario al ritiro è l’ambizione. La gloria e il riposo sono cose che non possono stare sotto lo stesso tetto. (…). È impossibile abbandonare le occupazioni se non ne abbandonate il frutto, perciò liberatevi da ogni preoccupazione di fama e di gloria. C’è il pericolo che lo splendore delle vostre azioni passate vi illumini fin troppo e vi segua fin nella vostra tana. Lasciate, con gli altri piaceri, quello che viene dall’approvazione altrui. (…). … voi e un compagno siete pubblico sufficiente l’uno all’altro, o voi a voi medesimo. Che per voi la folla sia uno, e uno sia tutta una folla. È una vile ambizione voler trarre gloria dal proprio ozio e dal proprio ritiro. Bisogna fare come gli animali che cancellano le proprie tracce alla porta della tana. Non è più questo che dovete cercare, che il mondo parli di voi, ma come voi dobbiate parlare a voi stessi” (445-447).
“Ci curiamo più che si parli di noi che di come se ne parla; e ci basta che il nostro nome corra sulla bocca degli uomini, in qualsiasi modo ci corra. Sembra che l’essere conosciuto sia in un certo senso avere la propria vita e la propria rinomanza in custodia altrui. Quanto a me, ritengo di non essere che in me stesso ” (1159-1161).
“Tutta la gloria che pretendo dalla mia vita, è averla vissuta tranquilla. Tranquilla non secondo Metrodoro o Arcesilao o Aristippo, ma secondo me. Poiché la filosofia non ha saputo trovare nessuna via per la tranquillità che fosse buona per tutti, ciascuno la cerchi per conto suo” (1151).
Di fatto, innanzi tutto Montaigne decise di pubblicare i Saggi, e non di tenerli per sé stesso, come registrazione terapeutica delle proprie fantasticherie insane (cfr. 51). La pubblicazione (nel 1580, presso un editore di Bordeaux) ebbe subito un grande successo, tanto che dopo due anni se ne fece una seconda edizione. Nel 1587 una terza edizione ampliata (presso un editore di Parigi), e nel 1588 un’altra ancora. L’opera era un bestseller, tanto che lo si comprava anche solo per sfoggiarlo (“Mi dà fastidio che i miei Saggi servano alle signore solo come mobile comune, e mobile da salotto” [1567]). Montaigne non è né indifferente né estraneo a tutto questo, naturalmente: già nel 1580 si era recato a Parigi per presentare la prima edizione della sua opera al Re di Francia, Enrico III. Poi, “Nel 1588, ampliata e arricchita la propria opera, Montaigne parte per Parigi per sorvegliarne personalmente la stampa presso Abel L’Angelier. La nuova edizione è offerta a Enrico III da Montaigne medesimo, che si reca a fargliene omaggio in Normandia” (op. cit., Nota biografica, p. XVIII).
Notevole la vicenda della cittadinanza romana. Quando era a Roma (1580-1581) Montaigne la sollecitò in vari modi, fece di tutto per averla, e infine (verso la fine del suo soggiorno di quattro mesi e mezzo) ci riuscì. Tanto ne era contento che trascrive per intero il relativo (pomposo) documento nei Saggi, scrivendo (decettivamente) che gli era stata “concessa con graziosissima liberalità” (1859). Poi però riconosce la propria vanità: “Se gli altri si guardassero attentamente, come faccio io, si troverebbero, come succede a me, pieni di vanità e di stoltezza. Disfarmene non posso, senza disfare me stesso. Ne siamo tutti impregnati, gli uni quanto gli altri: ma quelli che se ne accorgono se la cavano meglio, per quanto non ne sia certo” (1861; in queste ultime parole c’è tutto Montaigne).
Ecco allora che, in questo contrasto fra parole e fatti in tema di fama, si può applicare a Montaigne stesso quanto in verità egli rivolge ad altri:
“Fra tutte le follie del mondo, la più diffusa e la più generale è la preoccupazione per la fama e per la gloria, a cui ci attacchiamo fino a privarci delle ricchezze, della tranquillità, della vita e della salute, che sono beni effettivi e sostanziali, per seguire questa vana immagine e questo semplice suono che non ha corpo né offre presa. (…) E fra le ubbie irragionevoli degli uomini, sembra che perfino i filosofi si liberino più tardi e più contro voglia di questa che di qualsiasi altra: è la più restia e ostinata, … Non ve ne sono molte altre di cui la ragione accusi tanto chiaramente la vanità, ma essa ha radici così salde in noi che non so se qualcuno se ne sia mai potuto disfare completamente. Dopo che avete detto tutto e creduto tutto per sconfessarla, essa genera contro il vostro proponimento un’inclinazione così intrinseca che avete scarsi mezzi per resisterle. Infatti, come dice Cicerone, quelli stessi che la combattono vogliono però che i libri che scrivono in proposito portino il loro nome sul frontespizio, e vogliono procacciarsi gloria per il fatto che hanno disprezzato la gloria” (457-459).
E ancora: “[Epicuro] consiglia a Idomeneo di non regolare in alcun modo le sue azioni sull’opinione o la reputazione comune, se non per evitare gli altri svantaggi accidentali che il disprezzo degli uomini potrebbe causargli. Questi discorsi sono, secondo me, infinitamente veri e ragionevoli. Ma noi siamo, non so come, doppi in noi stessi, e questo fa sì che quello che crediamo, non lo crediamo; e non possiamo liberarci di ciò che condanniamo”.
Ebbene, a mio avviso Montaigne non si sofferma su un fatto fondamentale: la insopprimibile socialità dell’essere umano. Fatta eccezione (forse) per poche persone “illuminate”, nessuno davvero basta a sé stesso; nessuno vive solo in sé stesso, neppure Montaigne, ovviamente. Viviamo nell’interdipendenza più stretta, con gli esseri umani, e con la natura intera. Trovo quindi inautentiche le sue parole quando scrive:
“Quanto a me, ritengo di non essere che in me stesso; e quanto a quell’altra mia vita che risiede nella conoscenza dei miei amici, considerandola nuda e semplicemente in se stessa, so bene che non ne traggo frutto né godimento se non per la vanità di un’opinione chimerica” (1161); oppure quando insiste nell’idea che: “Qualunque cosa sia, o arte o natura, che ci impone questo modo di vivere in relazione agli altri, ci fa molto più male che bene” (1773).
Non possiamo prescindere dalle persone che amiamo. Non possiamo prescindere dagli amici, e dall’opinione che essi hanno di noi. Montaigne stesso scrive che “Non so far nulla così bene come essere amico” (53), e spende pagine memorabili sulla sua relazione con il suo grande amico Étienne de La Boétie (v. il mio articolo “Incontro con Montaigne”). Pertanto non si può condividere il distacco che le parole sopra citate esprimono nei confronti della conoscenza, e dei sentimenti, che le persone - e in particolare quelle amate - hanno riguardo a noi stessi. Non si può condividere il disvalore con il quale egli dipinge la relazionalità e la socialità dell’animo umano.
Eppure lui insiste: “Non mi curo tanto di quello che sono per gli altri, quanto di quello che sono in me stesso” (1157). Ed allora, aprendo una parentesi, due parole sulla sua amicizia con Étienne de La Boétie vanno dette. Montaigne conobbe La Boétie a circa 25 anni, e lo frequentò per meno di sei anni (e circa un terzo di quel tempo lo passarono lontani, poiché entrambi erano spesso in viaggio per lavoro). Nell’agosto del 1563, infatti, La Boétie morì (probabilmente di peste). Un’amicizia intensissima, ma tutto sommato breve. Dopo la quale Montaigne pare essersi forgiato un’immagine idealizzata dell’amico e della loro relazione, che nella sua (percepita) straordinarietà ha impedito a Montaigne stesso di costruire altre relazioni amicali significative, ritirandosi egli sempre di più in sé medesimo. Un’amicizia, però, la cui brevità ha sottratto a Montaigne alcune esperienze fondamentali: quella della consuetudine, quella dei tanti anni di reciproca frequentazione, quella del conoscersi oramai benissimo dopo decenni di relazione, con le sue ripetizioni, e anche le sue frustrazioni, le sue banalità; quella dei momenti in cui non ci si può sopportare; quella dell’invecchiare insieme e condividere le tante asperità della caducità del corpo e della mente; quella del tempo che tutto usura. Insomma, Montaigne è famoso anche per le sue pagine sull’amicizia, ma non si può dire che ne parli sulla base di un’esperienza davvero completa e matura.
Finora tuttavia più che di uno scontro fra me e lui si è trattato di un dialogo, dato che Montaigne stesso, sotterraneamente, erode le fondamenta della sua iniziale professione di assenza di ricerca di gloria nella composizione dei Saggi.
Invece, su sesso, matrimonio, donne, amore: qui c’è molto da discutere, e da scontrarsi.
Il sesso? “non è altro che il piacere di scaricare i propri vasi, che diventa vizioso o per sregolatezza o per sconsideratezza” (1625). Con una tale concezione del sesso, non sorprende che Montaigne soffrisse di eiaculazione precoce: “Non so chi, in antico, desiderava il gozzo allungato come il collo di una gru per gustare più a lungo quello che inghiottiva. Tale desiderio è più a proposito in questo piacere rapido e precipitoso. Soprattutto in nature come la mia, che pecco in rapidità ” (1633).
Il matrimonio? “L’amore detesta che ci si tenga uniti per altro che per lui, e prende fiacca parte alle relazioni che sono fondate e mantenute sotto altro titolo, come il matrimonio: la parentela, i beni vi pesano per forza di ragione, altrettanto o più delle grazie e della bellezza. Non ci si sposa per se stessi, checché se ne dica: ci si sposa altrettanto o più per la propria posterità, per la propria famiglia. L’utilità e l’interesse del matrimonio riguardano la nostra progenie, ben lungi al di là di noi. Perciò mi piace questa consuetudine, di combinarlo piuttosto attraverso terzi che di persona, e piuttosto col senno altrui che col proprio” (1571).
Ed infatti Montaigne non voleva sposarsi, vi fu costretto: “Di mio proposito, avrei evitato di sposare la saggezza medesima, se mi avesse voluto. Ma abbiamo un bel dire: il costume e la pratica della vita comune ci trascinano. La maggior parte delle mie azioni si regola sull’esempio, non per scelta. Tuttavia, per essere esatti, io non m’indussi al matrimonio. Mi ci condussero, e vi fui portato da occasioni esterne” (1577). Che fine ha fatto lo spirito libero che Montaigne tante volte professa di avere? Beh, risponde lui stesso: la vita è tutta una gran contraddizione. Ma è così per tutti, dico io? Di fatto il suo matrimonio fu terribilmente arido: lui in una torre del castello, la moglie nella torre opposta, ampiamente separati in casa (la madre di lui stava nell’edificio principale, fra le due torri). Sulla loro relazione si può prendere a riferimento questa frase: “Le donne tendono sempre a non esser d’accordo con i loro mariti. Afferrano a due mani tutti i pretesti per contraddirli: la prima scusa serve loro di giustificazione plenaria” (701). Il nome della moglie, Françoise, non viene mai menzionato nei saggi: lei come persona è del tutto assente.
Tali concezioni del sesso e del matrimonio a quale idea della donna secondo voi si collegheranno? Se rispondete (come è facile) a quella del disprezzo, avete in buona parte ragione:
(parlando dell’amicizia) “Quanto ai matrimoni, oltre che è un accordo dove soltanto l’ingresso è libero – la sua durata essendo costretta e forzata, dipendendo da altro che dalla nostra volontà – e un accordo che si fa in genere per altri fini, vi sopravvengono mille garbugli estranei da districare, sufficienti a rompere il filo e turbare il corso di un vivo affetto; laddove nell’amicizia si ha a che fare solo con essa, e solo con essa si tratta. Si aggiunga che, a dire il vero, le donne in genere non sono capaci di corrispondere a questa consonanza e comunicazione, nutrimento di questo santo legame; né la loro anima sembra abbastanza salda da sostenere la stretta di un nodo tanto serrato e durevole. E certo, se così non fosse, se si potesse stabilire un rapporto libero e volontario, in cui non solo le anime avessero tale godimento completo, ma anche i corpi partecipassero alla relazione, in cui l’uomo fosse impegnato tutto intero, è certo che l’amicizia sarebbe più piena e completa. Ma non vi è esempio che quel sesso vi sia ancora potuto arrivare, e per comune consenso delle scuole antiche vi è negato ” (338-339).
“Se quelle [le donne] ben nate mi daranno ascolto, si accontenteranno di far valere le loro ricchezze proprie e naturali. (…) Quando le vedo dedicarsi alla retorica, all’astrologia giudiziaria, alla logica e a simili misture così vane e inutili alle loro necessità, comincio a temere che gli uomini che glielo consigliano lo facciano per aver modo di dar loro lezione con questo pretesto. (…) Se tuttavia dispiace loro cederci in checchessia, e vogliono per curiosità aver parte ai libri, la poesia è un’occupazione che fa al caso loro: è un’arte giocosa e sottile, infronzolita, chiacchierina, tutta piacere, tutta apparenza, come loro. Esse trarranno anche diversi vantaggi dalla storia. Nella filosofia, della parte che serve alla vita, prenderanno i ragionamenti che le guidino a giudicare i nostri umori e le nostre qualità, a difendersi dai nostri tradimenti, a regolare la temerità dei loro propri desideri, ad amministrare la loro libertà, a prolungare i piaceri della vita, e a sopportare umanamente l’incostanza d’un cavalier servente, la rozzezza d’un marito e il fastidio degli anni e delle rughe; e cose del genere. Ecco al massimo la parte che assegnerei loro nelle scienze” (1521).
Dopo aver letto il brano che segue, rispondete alla domanda: “Montaigne quanti figli ha avuto”?
“Inoltre non ho quel forte legame che si dice attacchi gli uomini all’avvenire per mezzo dei figli che portano il loro nome e il loro onore. E forse li devo desiderare tanto meno, se sono tanto desiderabili. Sono fin troppo attaccato al mondo e a questa vita per me stesso. Mi accontento di essere in preda alla fortuna per le circostanze propriamente necessarie al mio essere, senza estendere in altre parti la sua giurisdizione su di me. E non ho mai pensato che essere senza figli fosse un difetto che dovesse rendere la vita meno completa e meno soddisfacente. Lo stato sterile ha anch’esso i suoi vantaggi. I figli appartengono al numero delle cose che non hanno molto di che essere desiderate, specialmente in questo momento in cui sarebbe tanto difficile formarli al bene” (1857).
Avete risposto zero figli? Sbagliato: ne ha avuti sei, ma per sua sfortuna erano tutte femmine (e una soltanto gli sopravvisse, la seconda, Léonor, nata nel 1571). Come Léonor non crea a Montaigne “quel forte legame che si dice attacchi gli uomini all’avvenire”, così la morte di ben cinque figlie non trova nelle oltre mille pagine dei Saggi altri accenni che i due seguenti (il secondo dei quali sbalorditivo): (i) “Dicono che in tutta la mia infanzia ho assaggiato la frusta solo due volte, e molto leggermente. Ho fatto lo stesso con i figli che ho avuto; mi sono morti tutti a balia: ma Léonor, un’unica figlia che è scampata a questa sventura, ha raggiunto i sei anni e più senza che si sia impiegato per guidarla e per punire le sue colpe infantili altro che parole” (691). Michel, sei così tranquillo forse perché i figli morti erano soltanto femmine? Michel, ma come hai fatto a scrivere: (ii) “Anch’io ne ho perduti due o tre [di figli], ma ancora a balia, se non senza rimpianto, almeno senza dolore” (103), persino dimenticandoti dell’esatto numero delle figlie morte?
La figlia Léonor stava con la madre (nella cosiddetta “Tour de Madame”), che era l’unica ad occuparsi della sua educazione: “Mia figlia … è stata pure educata da sua madre in maniera solitaria e riservata: tanto che comincia appena a svegliarsi dall’ingenuità dell’infanzia. Essa leggeva un libro francese in mia presenza: venne fuori la parola fouteau [faggio; ma la parola richiama come suono il verbo foutre: fottere], nome di un albero conosciuto; la donna che ha per istitutrice la fermò subito un po’ rudemente e le fece saltare quel brutto passo. Io la lasciai fare per non turbare le loro regole, poiché non mi occupo affatto di questa educazione: la disciplina femminile ha un andamento misterioso, bisogna lasciarlo a loro” (1585). Tutte le bellissime parole che Montaigne elargisce diffusamente sull’educazione dei giovani (v. sotto), lui si è ben guardato da metterle in pratica con sua figlia.
Certo, le concezioni di Montaigne sulle donne e sul matrimonio sono frutto del suo tempo (il XVI secolo). Tuttavia su altri argomenti egli ha saputo varcare i limiti concettuali dei suoi contemporanei: si pensi (per esempio) al tema dell’educazione dei ragazzi (ma solo quelli maschi), sulla quale scrive pagine di grandissima modernità e del tutto originali rispetto ai suoi tempi (v. pagg. 271-287). Si pensi all’animalismo, riguardo al quale è all’avanguardia anche rispetto al pensiero dei nostri giorni, dedicando alla difesa degli animali molti notevoli argomenti (v. pagg. 807-875). Si pensi alle sue famose perorazioni contro la crudeltà (v. pagg. 765-777).
È quando supera i confini del suo secolo che Montaigne è grande e immortale. Qui no.
Però, però, però … stiamo pur sempre trattando con Montaigne, il re del chiaroscuro, il principe dei mutamenti e dell’elasticità delle idee. E allora non possiamo meravigliarci più di tanto delle parole che seguono:
“dico che maschi e femmine sono modellati nello stesso stampo: a parte l’educazione e le usanze, la differenza non è grande. Platone invita indifferentemente gli uni e le altre alla comunanza di ogni studio, esercizio, incarico, occupazione guerriera e pacifica, nella sua repubblica. E il filosofo Antistene sopprimeva ogni distinzione fra la loro virtù e la nostra. È molto più facile accusare un sesso che scusare l’altro. Come si dice: la padella dice nero al paiolo” (1665).
Et voilà: un colpo di genio e tutto è ribaltato! Ma solo a parole.
Cambiamo argomento: la memoria. Montaigne afferma molteplici volte di esserne del tutto privo: “Non vi è uomo al quale si addica così poco come a me di mettersi a parlare di memoria. Di fatto, non ne riconosco in me quasi traccia alcuna. E penso che non ve ne sia al mondo un’altra tanto straordinaria per la sua debolezza” (51).
Ciononostante, i Saggi sono intessuti di citazioni dei classici latini e greci, e di aneddoti e storie tratti dalla mitologia e dalla storia greco-romana. L’autore non poteva non averne memoria, al fine di diffondere con tanta maestria la sua opera di citazioni e riferimenti, tutti così ben amalgamati al testo originale. E allora? Mi pare più plausibile che semplicemente Montaigne non serbasse alcuna memoria di ciò che non lo interessava, così come non riusciva a fare ciò cui si sentiva obbligato (“Rifuggo dalle imposizioni, dagli obblighi e dalle costrizioni. Quello che faccio facilmente e naturalmente, se mi comando di farlo con un ordine espresso e preciso, non lo so più fare. Perfino nel corpo, le membra che hanno qualche libertà e giurisdizione particolare su se stesse, a volte mi rifiutano obbedienza, quando mi dispongo ad applicarle a un certo punto e momento in cui il loro servizio è necessario” [1205]).
Tutto concentrato a esplorare il funzionamento della psiche propria e di quella altrui, spirito straordinariamente libero, maestro di consapevolezza, si disinteressa bellamente di molte altre cose, nonostante che lo riguardino da vicino:
“Ora, io non so contare, né coi gettoni né con la penna. La maggior parte delle nostre monete, non le conosco. Né so la differenza fra un tipo di grano e un altro, né in terra né nel granaio, a meno che non sia molto evidente; e conosco appena quella che c’è fra i cavoli e le lattughe del mio orto. Non conosco nemmeno i nomi dei principali utensili casalinghi, né i più elementari principi dell’agricoltura, che perfino i bambini conoscono. Ancor meno m’intendo delle arti meccaniche, del commercio e della conoscenza delle merci, della diversità e natura dei frutti, dei vini, dei cibi; né so addestrare un uccello, né curare un cavallo o un cane. E poiché devo confessare la mia vergogna tutta intera, nemmeno un mese fa si scoprì che ignoravo che il lievito serviva a fare il pane, e in che cosa consisteva far fermentare il vino” (1209-1211).
Questo dunque credo che sia la sua sbandierata mancanza di memoria: soltanto una totale mancanza di interesse. Del resto, se prestiamo fede al brano seguente: “Sono molti anni che ho solo me stesso per mira dei miei pensieri: e osservo e studio solo me stesso. E se studio qualche altra cosa, è per riportarla subito a me, o in me, per meglio dire” (671), ben si comprende come poche altre cose potessero entrare nella sua memoria. Un altro esempio? Eccolo: “Quando sento parlare del caso di qualcuno, non mi occupo di lui: volgo subito lo sguardo a me stesso, per vedere come son messo io. Tutto quello che gli succede concerne anche me. La sua disgrazia mi fa avvertito e attento al riguardo” (703).
La “reductio ad Montaigne” assume tratti di involontaria comicità quando Michel fa il panegirico di una ragazza (Marie de Gournay) che si era appassionata alla sua opera (e che ne curò le edizioni post mortem del 1595, del 1617 e del 1635): “Se dall’adolescenza si può trarre presagio, quest’anima sarà un giorno capace delle cose più belle, e fra le altre della perfezione di quella santissima amicizia alla quale non abbiamo notizia che il suo sesso abbia potuto finora innalzarsi. La schiettezza e l’integrità dei suoi costumi vi sono già di per sé sufficienti, il suo affetto per me più che sovrabbondante, e t ale insomma che non c’è nulla da desiderare , se non che il timore che essa ha della mia fine , poiché mi ha incontrato quando avevo cinquantacinque anni, la tormenti meno crudelmente. Il giudizio che essa diede dei miei primi Saggie , e donna, e in questo secolo, e così giovane, e sola nella sua provincia, e lo straordinario ardore con cui mi amò e desiderò a lungo di conoscermi per la sola stima che aveva concepito di me , prima di avermi visto, è un fatto di degnissima considerazione” (1229). A ben vedere quali sono per Montaigne le grandi qualità della Gournay, capaci di farla innalzare laddove il sesso femminile fino ad allora non era mai giunto? (a parte la “schiettezza e l’integrità dei suoi costumi”) sono nient’altro che il fatto di amare spassionatamente Montaigne e la sua opera!
Infine un tema apparentemente marginale: gli scacchi. Dice il nostro: “Perché non dovrei giudicare Alessandro a tavola, mentre sta conversando e gareggiando nel bere? O se gioca a scacchi? Quale corda dell’animo suo non tocca e non impegna quel gioco sciocco e puerile? Io lo odio e ne rifuggo, perché non è abbastanza gioco, e ci diverte troppo seriamente, e ho vergogna di dedicarvi tanta attenzione quanta ne basterebbe per qualcosa di buono. Egli non mise maggior impegno nel preparare la sua gloriosa spedizione nelle Indie; né un altro per spiegare un passo da cui dipende la salvezza del genere umano. Guardate come la nostra anima dà corpo e consistenza a questo divertimento ridicolo; come tutti i nervi sono tesi. Come in questo essa dà ampia possibilità a ciascuno di conoscersi e giudicarsi esattamente. Io non mi osservo né mi riesamino più completamente in nessun’altra situazione. Quale passione non ci agita? La collera, il dispetto, l’odio, l’impazienza e una sfrenata ambizione di vincere, in una cosa in cui sarebbe più giustificabile avere l’ambizione di esser vinto. Poiché non si conviene ad un uomo d’onore l’eccellenza rara e al di sopra del comune in una cosa frivola” (541).
Anche questo è un brano chiaroscurale. Montaigne coglie con sapienza lo spirito agonistico degli scacchi (evidenti simboli della battaglia bellica), e l’attaccamento emotivo che questo può generare, senz’altro pernicioso. Tuttavia la sua condanna non è tanto rivolta a tali stati mentali, quanto al fatto che siano adoperati per una “cosa frivola”. Che cosa allora non è frivolo per Montaigne? Dove si può trovare “qualcosa di buono”? Non nei giochi, perché questi, essendo vacui e poco importanti, non devono impegnare a fondo le corde dell’animo umano. Sì invece nelle battaglie vere, quelle cruente, come la “gloriosa spedizione nelle Indie” di Alessandro Magno. Opinabile, tanto opinabile, che l’intrapresa di Alessandro sia degna di così grande considerazione, anche solo per il fatto che il giovane sovrano macedone ha sacrificato la sua vita e quella di tanti suoi uomini (oltre che di ancor più tanti uomini degli eserciti avversari) per nient’altro che una sfrenata ambizione imperialistica.
Neppure è frivolo, per Montaigne, “spiegare un passo da cui dipende la salvezza del genere umano”, con riferimento (immagino) alla Bibbia. Un rigurgito di cattolicesimo, che egli deve esibire in qua e in là nella sua opera, per proteggersi dall’inquisizione e per gestire le sue relazioni diplomatiche in un’epoca e in un territorio di guerre di religione. Lui, che pur ha scritto (da una prospettiva del tutto diversa): “il nostro esistere … non è che un lampo nel corso infinito di una notte eterna, e un’interruzione così breve della nostra perpetua e naturale condizione, mentre la morte occupa tutto il prima e il dopo di questo momento” (959). In questa seconda prospettiva (l’unica congeniale al mio sentire) non esistono passi biblici da cui dipenda la salvezza del genere umano, ed è facile osservare che nel corso della storia progetti così smodati e presuntuosi come salvare il genere umano (da destini peraltro del tutto immaginari) hanno dato luogo soltanto a estremismi nefasti.
Né, dal mio punto di vista, esistono gloriose spedizioni belliche. Se proprio non si può fare a meno di sfogare un istinto aggressivo, allora è meglio farlo con gli scacchi. Scacchi che, però, non sono solo belligeranza su un quadrato di 64 caselle; sono anche fantasia, immaginazione, lungimiranza, senso estetico, calma, spirito equanime e tante altre qualità della mente umana.
Insomma, in questo brano Montaigne manca di leggerezza, manca di senso della vacuità dell’esistenza, e quindi di umorismo. Ci propina una banale e logora distinzione fra cose serie e cose non serie, senza avvedersi di quanto tale distinzione sia spazzata via dalla consapevolezza di quel “lampo nel corso infinito di una notte eterna”.
Finisco con una malignità. Egli confessa che “Nei giochi in cui la mente ha la sua parte, degli scacchi , delle carte, della dama e altri, non afferro che le cose più elementari. L’apprensione l’ho lenta e confusa.” (1209). Allora domando: non è forse che giunge addirittura a provare “odio” per gli scacchi (che, stante la loro “frivolezza”, non meriterebbero di essere oggetto di un così forte moto dell’animo) perché giocava male e perdeva sempre?
Ebbene sì, con Montaigne si può discutere a lungo, e in qualche occasione ci si può anche scontrare; mai però - dopo averlo conosciuto - si può cessare di amarlo.