Riflessioni brevi sulla campagna referendaria relativa alla riforma della magistratura
Riflessioni brevi sulla campagna referendaria relativa alla riforma della magistratura
Questo contributo non intende analizzare con completezza il risultato del referendum del 22 e 23 marzo 2026 sulla riforma costituzionale della magistratura e la relativa campagna referendaria, ma soltanto offrire una testimonianza di fatti e alcune riflessioni su di essi fondate. Fatti che, per quanto in modo parziale, possono contribuire alla comprensione di un esito diverso da quanto emergeva dai sondaggi del dicembre 2025.
Ho attivamente partecipato alla campagna per il NO, prima attraverso lo studio delle questioni coinvolte dalla legge di riforma, poi attraverso la pubblicazione di articoli di analisi della riforma stessa, e infine mediante la diretta partecipazione ad incontri pubblici (la maggior parte dei quali nel contraddittorio con gli esponenti del SI) in veste di esponente del NO.
Il primo dato che ho registrato è il grande interesse delle persone, di tutte le classi sociali. La posta in gioco era politica, alta politica, politica “nobile”, come è inevitabile quando si cerca di modificare l’assetto dei poteri costituzionali. Le persone erano coinvolte, leggevano, partecipavano agli incontri, volevano capire le posizioni e le ragioni dei contrapposti schieramenti.
Ad alta politica ha corrisposto alto metodo di campagna referendaria. I comitati per il NO hanno utilizzato il sistema antico, quello degli incontri sul territorio, faccia a faccia, con il linguaggio delle parole e quello dei corpi. Questo ha comportato un grande impegno di molte centinaia di persone in tutta l’Italia, volto a organizzare incontri in tutte le Province della penisola e in gran parte dei Comuni. Il pubblico era affamato di questo metodo e noi abbiamo cercato di sfamarlo. Sono anche stati svolti molti confronti pubblici in contraddittorio con i fautori del SI, ma l’organizzazione di questi ultimi sul territorio è stata meno tempestiva e capillare dato che il compito di difendere le ragioni del SI in giro per l’Italia è stato assunto principalmente da una parte degli avvocati penalisti e da qualche sparuto giurista.
Gli incontri e i confronti ai quali ho partecipato hanno sempre visto la sala piena di gente e sono andati avanti per ore, con una sorprendente resistenza di tutti alla stanchezza. Discutere di questi argomenti piaceva. Metterci la faccia e il corpo rendeva il tutto particolarmente umano, sensato, credibile. Abbiamo scoperto che le persone non amano la politica fatta di slogan superficiali diffusi per via mediatica e che parteciperebbero alla vita politica più di quel che non si creda, se solo si fornissero loro le occasioni per farlo.
Questo metodo della presenza fisica e del discorso faccia a faccia, svolto capillarmente su tutto il territorio, è il primo dato da mettere in rilievo.
Il secondo dato coinvolge un problema antichissimo, già trattato da Socrate nella Atene del V secolo avanti Cristo: quello della competenza tecnica della classe politica. Socrate notava che per svolgere bene qualsiasi mestiere bisogna apprendere, con sforzo e dedizione, la relativa arte; ma - chiedeva in giro per la città - quali sono l’arte e il sapere della persona politica? Domanda più che mai attuale, dopo il crollo dei grandi partiti della Prima Repubblica, che avevano al loro interno metodi ragionevoli di selezione della classe dirigente, metodi che adesso non esistono più.
Ebbene, la caratteristica della campagna referendaria svolta dai comitati per il NO è stata quella di essere condotta da persone competenti sull’argomento trattato. L’asse portante era costituito da magistrati, ma c’erano anche molti avvocati e molti professori di diritto (per esempio, la grande maggior parte dei docenti universitari di diritto costituzionale è stata attiva in comitati per il NO). I problemi coinvolti erano giuridici, e in particolare di diritto costituzionale, e sono stati trattati da giuristi. Questo vale anche per gli avvocati penalisti che svolgevano le ragioni del SI, quando erano presenti. Tutto ciò ha generato serate, in mezzo alla gente, piene di senso, dense di significato vero. La prima cosa che emergeva subito, non appena iniziava il discorso, è che non si trattava di fuffa, non c’era retorica, si parlava di cose reali, e importantissime, quali appunto gli assetti costituzionali e il governo della magistratura. Si parlava di come quella disciplina aveva ricadute concrete nella vita della società, e quindi nella vita di tutti.
Questo si traduceva anch’esso in un’altra questione di metodo: quella dello stile del discorso. Uno stile pacato, che rifuggiva dall’enfasi caratteristica della comunicazione politica ordinaria e che puntava alla sostanza; un registro piano e colloquiale ma anche preciso, volto a fornire conoscenze e idee in modo non allusivo ma diretto, concreto e il più possibile completo. L’unica volta in cui mi è capitato di avere contraddittori esagitati, con un modo di parlare da capipopolo esaltati, io e i miei due compagni (magistrati) sul fronte del NO abbiamo ignorato le provocazioni e abbiamo tenuto uno stile sobrio e aderente al tema. A giudicare dai volti del pubblico, la cosa sorprendeva e al contempo piaceva.
Un altro modo di fare politica è possibile. Il politico attento alle cose dovrebbe seguire il principio della contestabilità delle sue affermazioni: il discorso politico ha valore se è possibile (anche se non condivisibile) concepire il suo contrario (per esempio, la frase “ridurre l’imposizione fiscale in un certo ambito sociale” ha senso anche se espressa con un bel NON davanti). Viceversa, il discorso è privo di senso (salvo il senso retorico e emotivo) quando la sua negazione genera una proposizione che nessuno si sognerebbe ragionevolmente di pronunciare (per esempio, la frase “promuovere la pace e il dialogo nel mondo” non verrebbe negata da alcun esponente politico dotato di senno). Nel secondo caso la proposizione, ovviamente condivisibile, acquista senso soltanto se affiancata dall’indicazione delle misure concrete funzionali allo scopo, dei relativi costi e della fonte delle risorse necessarie a sostenere i costi stessi.
Si tratta, in altre parole, di evitare quelle prese di posizione così generiche da essere buone per qualsiasi parte politica e qualsiasi occasione.
Il dibattito referendario ha avuto per oggetto questioni vere, concrete, contestabili (nel senso, appunto, di “suscettibili di un’opinione diversa”). La gente se ne è accorta e ha partecipato sempre di più agli incontri e ai confronti. Ciò ha contribuito a condurre la partecipazione al voto sopra le aspettative, invertendo la tendenza in corso in molte democrazie.
Infine il terzo dato. La collaborazione piena e senza riserve fra i membri dei comitati e fra le persone che svolgevano gli incontri sul rispettivo fronte. Almeno nel versante del NO, non erano in gioco rivalità e interessi strettamente individuali, non era in gioco l’acquisizione di posizioni di potere. Professori, magistrati, avvocati, qualcuno in pensione: volontari privi di secondi fini, ben coscienti che dopo la conclusione dell’impegno, svoltosi il referendum, i comitati si sarebbero sciolti e ciascuno sarebbe tornato in modo esclusivo alle sue occupazioni (si noti che le incombenze lavorative non sono state sospese: per questo gli incontri referendari si sono svolti principalmente dopocena e nei finesettimana). Questo ha permesso la generazione di un clima di fiducia totale fra i giuristi impegnati nella battaglia: sgambetti e giochi sporchi all’interno dei comitati – dettati da ambizioni personalistiche - non stavano nell’orizzonte delle cose possibili.
Anche in questo caso, la buona fede dei volontari ha trovato un riflesso nel modo in cui essi si sono rivolti al pubblico durante gli incontri sul territorio. Mai una critica trasversale (ai propri compagni di missione), mai un atteggiamento dettato dal desiderio di mettersi in luce a scapito di qualcun altro. Ancora una volta, da una buona base sostanziale è sorto un buon metodo, e il buon metodo è stata la prima cosa che il pubblico percepiva. Perché se comprensibilmente molti erano incerti su quale fosse l’esito preferibile del referendum, nessuno - ascoltandoci - poteva dubitare della buona fede, della sincerità e del disinteresse personale con cui affrontavamo gli argomenti.
I tre dati di fatto che ho messo in luce non sono facilmente trasferibili nel campo della politica di tutti i giorni, e neppure in quello elettorale. Tuttavia esistono, duri come macigni, e pieni di valore innanzi tutto morale. Il successo politico che hanno contribuito a realizzare consiglia di tenerli in considerazione, non soltanto per detto valore ma anche in una prospettiva pragmatica.
Infine un rilievo opinabile ma del quale sono convinto. Accanto ai buoni metodi, c’era la sostanza. È stato facile elaborare argomenti a favore del NO; non c’era nessun bisogno di arrampicare sugli specchi, perché la riforma costituzionale conteneva un inaccettabile mutamento degli equilibri fra i poteri dello Stato, e si inseriva in un progetto politico di stampo autoritario e illiberale. So bene che oltre dodici milioni di italiani la pensano diversamente e ritengo che tale pensiero vada prima di tutto rispettato e poi analizzato. A tale secondo riguardo, mi limito ad osservare che televisioni e radio erano quasi interamente schierate a fianco del Governo e che il loro bombardamento propagandistico - non privo di stile demagogico - è stato potente. La disparità delle forze in campo, riguardo ai tipici mezzi attuali della battaglia politica, era talmente grande che il Governo non ha neppure preso in considerazione, durante l’iter di approvazione della legge di riforma, l’ipotesi di soccombere nel referendum. Non ha quindi neanche cercato la soluzione (ben raggiungibile con un minimo di flessibilità) di approvare la riforma con la maggioranza di 2/3, che avrebbe chiuso la partita senza bisogno del ricorso alla consultazione popolare.
Si può quindi ben dire che Davide ha sconfitto Golia (si noti che laddove i comitati non hanno operato, la circoscrizione estero, il SI ha prevalso col 56,34% contro il 43,66% del NO). Ebbene, la vittoria di Davide non sarebbe mai stata possibile se a fianco dei buoni metodi non vi fossero state buone ragioni.