Incontro con Montaigne
Ho incontrato un uomo del ’500, si chiama Michel de Montaigne. L’ho incontrato in carne e ossa (benché sia morto nel 1592) leggendo la sua opera, i Saggi.
Una persona viva è un universo, che getta una sua propria luce sul mondo e sulla nostra stessa esistenza, consegnandoci uno sguardo nuovo, che si mescola con i nostri sguardi e li modifica. Una persona viva è un Tu, che fa da specchio al nostro Io; che ci apre la mente su prospettive diverse. Il dialogo con un Tu è indispensabile per dischiuderci orizzonti che da soli non potremmo vedere, stante la naturale limitazione dell’intelletto e dei sentimenti umani.
I Saggi consentono di dialogare con un uomo “vivo”: evento straordinario. I Saggi ci aprono nuove vie di dialogo con noi stessi.
Sono attratto dall’ozio (nel senso latino) e dalla contemplazione, e Michel de Montaigne (che si è ritirato dal lavoro di giudice presso il Tribunale di Bordeaux a 37 anni) mi ha rivelato la sua esperienza: “Recentemente, quando mi sono ritirato in casa mia, risoluto per quanto potessi a non occuparmi d’altro che di trascorrere in pace e appartato quel po’ di vita che mi resta, mi sembrava di non poter fare al mio spirito favore più grande che lasciarlo, nell’ozio più completo, conversare con se stesso (…). Ma trovo … che, al contrario, come un cavallo che rompe il freno [il mio spirito] si procura cento volte più preoccupazioni da solo di quante se ne faceva per gli altri; e mi genera tante chimere e mostri fantastici … che per contemplarne a mio agio la balordaggine e la stravaganza, ho cominciato a registrarli” (pag. 51; tutte le citazioni, col relativo numero di pagina, sono tratta dall’edizione italiana dei Saggi, con testo francese a fronte, edita da Giunti/Bompiani nel giugno 2018).
Nelle sue parole c’è la malattia e la relativa cura: osservarsi, conoscersi, fare consapevolezza, accettarsi, anche nella mutevolezza delle cose. “La gente guarda sempre di fronte, io ripiego la mia vista al di dentro, la fisso, la trattengo lì. Ciascuno guarda davanti a sé, io guardo dentro di me: non ho a che fare che con me, mi osservo continuamente, mi controllo, mi assaggio” (1221). “Io studio me stesso più di ogni altro soggetto. È la mia metafisica, è la mia fisica” (1997). “Ci sono qui i miei umori e le mie opinioni. Le do come cose che credo io, non come cose che si debbano credere. Qui miro soltanto a scoprire me stesso, e sarò forse diverso domani, se una nuova esperienza mi avrà mutato” (265). “Sono molti anni che ho solo me stesso per mira dei miei pensieri: e osservo e studio solo me stesso. E se studio qualche altra cosa, è per riportarla subito a me, o in me, per meglio dire” (671). “Non sono le mie azioni che descrivo, è me stesso, è la mia essenza” (673).
“Se gli altri si guardassero attentamente, come faccio io, si troverebbero, come succede a me, pieni di vanità e di stoltezza. Disfarmene non posso, senza disfare me stesso. Ne siamo tutti impregnati, gli uni quanto gli altri: ma quelli che se ne accorgono se la cavano meglio, per quanto non ne sia certo” (1861; in queste ultime parole c’è tutto Montaigne).
Segue una piccola lezione di Mindfulness ante litteram: “Quest’idea e usanza comune di guardare altrove più che a noi ha giovato molto alle nostre faccende. Questo è un oggetto pieno d’insoddisfazione, non vi vediamo che miseria e vanità. Per non sconfortarci, la natura ha opportunamente orientato i nostri sguardi verso l’esterno. Andiamo avanti seguendo la corrente, ma riportare verso di noi il nostro corso è un movimento faticoso: il mare si turba e si agita così quando è respinto verso se stesso. «Guardate » dice ognuno «i movimenti del cielo, guardate la gente, la disputa di quello là, il polso di uno, il testamento di quell’altro, insomma guardate sempre in alto o in basso, o di fianco o davanti o dietro a voi». Era un comandamento paradossale che ci dava anticamente quel dio a Delfi: «Guardate in voi, conoscetevi, attenetevi a voi stessi: il vostro spirito, e la vostra volontà che si sperpera altrove, riportatela in se stessa; voi vi spandete, vi disperdete: chiudetevi in voi, puntellatevi; vi si tradisce, vi si dissipa, vi si sottrae a voi stessi. Non vedi che questo mondo tiene tutti i suoi sguardi fissi nell’intimo e gli occhi aperti a contemplare se stesso? È sempre vanità per te, dentro e fuori, ma è minor vanità quando è meno estesa. Eccetto te, o uomo», diceva quel dio «ogni cosa studia prima di tutto se stessa e secondo il suo bisogno ha limiti ai suoi travagli e ai suoi desideri. Non v’è n’è una sola così vuota e bisognosa come te, che abbracci l’universo: tu sei l’osservatore senza conoscenza, il magistrato senza giurisdizione, e dopo tutto il buffone della commedia»” (1863).
Non fa nulla per nascondere i propri limiti, la propria ordinarietà di uomo, con tutte le sue debolezze. Anzi, li osserva, li analizza, di disseziona, ed alla fine li accetta. Espone la propria volubilità, e la propria multiformità: “Mille emozioni disordinate e casuali si producono in me” (1041), e ne riconosce l’umanità e quindi la possibilità di esperirle senza sensi di colpa o di vergogna.
“La memoria è uno strumento di straordinaria utilità, e senza il quale il giudizio fa a fatica il suo ufficio. A me manca del tutto” (1203); “Ho la mente tarda e ottusa. La più piccola ombra ne smussa l’acume” (1209): va bene lo stesso.
“Mi ritengo di stampo comune” (1175): va bene lo stesso.
“Nel dare il benvenuto, nel prender congedo, nel ringraziare, nel salutare, nell’offrire i miei servigi e in simili complimenti propri delle regole del nostro viver civile, non conosco nessuno più scioccamente sterile di parole di me” (455): va bene lo stesso.
“Che cosa non farei piuttosto che leggere un contratto! E piuttosto che andar scartabellando quei fogliacci polverosi, schiavo dei miei negozi. Non è un disprezzo filosofico delle cose transitorie e mondane. Non ho il gusto tanto raffinato, e le apprezzo almeno per quello che valgono. Ma certo è pigrizia e negligenza ingiustificabile e puerile” (1769): va bene lo stesso. Così va la vita.
Montaigne sta parlando a me, e mi dice: non te la prendere per tutte le tue imperfezioni.
Come gli psicoterapeuti moderni fanno precedere il loro lavoro da una fase di terapia su sé stessi e poi sono capaci di lavorare sulla psiche altrui, così in Montaigne la sua attività introspettiva si riflette nelle sue abilità relazionali con gli altri: “Questa lunga attenzione che metto nell’osservarmi mi abitua a giudicare passabilmente anche gli altri. E ci sono poche cose di cui io parli in maniera più giusta e giustificabile. Mi accade spesso di vedere e distinguere le qualità dei miei amici più esattamente di quanto facciano loro stessi. Ne ho stupito qualcuno per la pertinenza della mia descrizione e l’ho reso conscio di se stesso. Essendomi abituato fin dall’adolescenza a guardare la mia vita riflessa in quella altrui, ho acquistato in questo un’indole osservatrice. E quando ci faccio attenzione, mi lascio sfuggire poche cose che vi siano utili: atteggiamenti, umori, discorsi. Osservo tutto: quello che devo evitare, quello che devo seguire. Così rivelo ai miei amici, dalle loro manifestazioni esteriori, le loro inclinazioni interiori” (2005).
Il senso dell’esistenza? “Il mio mestiere e la mia arte è vivere” (673).
Le parole che seguono - sulla nostra vita - mi fanno desiderare di abbracciarlo: “«Non ho fatto niente oggi». Come? Non avete vissuto? È non solo la vostra occupazione fondamentale, ma la più insigne. (…) Il nostro grande e glorioso capolavoro è vivere come si deve. Tutte le altre cose, regnare, ammassar tesori, costruire non sono per lo più che appendicoli e ammennicoli. (…) Non c’è nulla di così bello e legittimo come far bene e dovutamente l’uomo. Né scienza tanto ardua quanto quella di saper vivere bene e con naturalezza questa vita. E la più bestiale delle nostre malattie è disprezzare il nostro essere. (…) È una perfezione assoluta, e quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere. Noi cerchiamo altre condizioni perché non comprendiamo l’uso delle nostre, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo che cosa c’è dentro” (2069-2085).
Montaigne mi dà gioia di vivere; è un’iniezione di buon umore; un sorriso benevolo; un abbraccio di fiducia; una scarica di coraggio (per le decisioni e per le scelte meno convenzionali, nella mia esistenza): “Non si fa nulla di nobile senza rischio” (231).
Anche se Montaigne esplora (e lo fa a fondo) i limiti della ragione umana, giungendo a conclusioni scettiche, questo non si conclude in un cupo pessimismo, bensì in una pacificata accettazione dello stato delle cose. Stato che non muta gran ché nel corso del tempo storico (“Nihil sub sole novum”, Qohelet, 1,9). Vari problemi che parrebbero tipici della contemporaneità trovano echi nei Saggi.
Penso al caso delle c.d. fake news quando leggo: “Il vero terreno e il vero oggetto dell’impostura sono le cose sconosciute. In primo luogo la stranezza medesima dà credito; e poi non essendo tali cose argomento delle nostre riflessioni abituali, ci tolgono i mezzi per combatterle. Per questo, dice Platone, è molto più facile soddisfare la gente parlando della natura degli dèi che della natura degli uomini, poiché l’ignoranza degli ascoltatori offre una strada bella e larga, e piena libertà di maneggiare una materia occulta. Da ciò deriva che nulla si crede più fermamente di quel che meno si sa, e nessuno è più sicuro di sé di coloro che ci raccontano favole” (391); brano che collego al seguente: “Vedo di solito che gli uomini, nei fatti che vengono loro presentati, si occupano piuttosto di cercarne la ragione che di cercarne la verità. Lasciano da parte le cose, e si occupano di trattare le cause. (…) Seguendo questa pratica, sappiamo i fondamenti e le cause di mille cose che non furono mai. E la gente si accapiglia per mille questioni delle quali e il pro e il contro sono falsi” (1909-1911).
Oppure (a proposito di legislazione): “La cosa peggiore che trovo nel nostro Stato è l’instabilità, e che le nostre leggi, non diversamente dai nostri vestiti, non possano assumere alcuna forma definitiva” (1217). “Abbiamo in Francia più leggi di tutto il resto del mondo insieme, e più di quante ne occorrerebbero per governare tutti i mondi di Epicuro. … Che cosa hanno guadagnato i nostri legislatori a trascegliere centomila specie e fatti particolari e applicarvi centomila leggi?” (1983).
Anch’io non sopporto le costrizioni, e lui in tal senso è una fulgida stella, che mi rincuora: “Estremamente ozioso, estremamente libero, e per natura e per arte. Darei più volentieri il mio sangue della mia sollecitudine” (1191). “Sono così assetato di libertà che se mi fosse proibito l’accesso in qualche angolo delle Indie, vivrei in certo modo meno a mio agio” (1995).
Il mio spirito di indipendenza viene confortato e alimentato da parole come queste: “Noialtri soprattutto, che viviamo una vita privata che è nota solo a noi stessi, dobbiamo aver stabilito un modello nell’intimo al quale confrontare le nostre azioni. E secondo quello, ora carezzarci, ora castigarci. Io ho le mie leggi, e il mio tribunale per giudicare di me, e mi ci rivolgo più che altrove. … Non ci siete che voi a sapere se siete vile e crudele, o leale e devoto. Gli altri non vi vedono, vi indovinano per congetture incerte. Vedono non tanto la vostra natura quanto la vostra arte. Dunque non attenetevi al loro giudizio. Attenetevi al vostro” (1493).
Sono un padre di famiglia, c’è sempre qualcosa di pratico di cui devo occuparmi, e mi costa fatica, oltre che noia. Poi c’è sempre qualche decisione da prendere, particolarmente ostica se riguarda scelte economiche che coinvolgono eventi sui quali non ho una reale forma di controllo o di previsione. Sarò un soggetto degenere? Beh, sono in compagnia di Montaigne, e questo mi rallegra: “Ho una complessione delicata e insofferente di preoccupazioni. Fino al punto che mi piace che mi si nascondano le perdite e i dissesti che mi riguardano. (…) Preferisco ignorare il conto di ciò che ho, per avvertire con meno precisione la mia perdita. (…) La condizione più penosa per me è di essere sospeso alle cose che urgono, e agitato fra il timore e la speranza. Decidere, anche delle cose più futili mi dà fastidio. E sento il mio spirito più inquieto nel sopportare l’oscillazione e le diverse scosse del dubbio e della disamina che nell’adagiarsi e risolversi a un partito qualsiasi, dopo che il dado è tratto. Poche passioni mi hanno turbato il sonno, ma delle decisioni, la minima me lo turba” (1193-1195).
“C’è sempre qualcosa che va di traverso. … Io mi sottraggo alle occasioni di irritarmi ed evito di informarmi delle cose che vanno male. Eppure, per quanto faccia, ogni momento vengo ad urtare in casa mia contro qualcosa che mi dispiace. (…) Quando considero i miei affari da lontano e all’ingrosso, costato, forse perché non ne ho memoria molto precisa, che sono andati finora prosperando oltre le mie previsioni. … Ma se sono dentro alla faccenda … mille cose mi inducono a desiderare e temere. Lasciarle andare del tutto mi è molto facile; occuparmene senza preoccuparmene, difficilissimo” (1763-1765).
“Non c’è meno travaglio nel governo di una famiglia che in quello di un intero Stato. Di qualunque cosa l’anima si occupi, ne è tutta presa; e se le occupazioni domestiche sono meno importanti, non sono meno importune” (429).
E allora, che fare? “Bisogna avere moglie, figli, sostanze, e soprattutto la salute, se si può, ma non attaccarvisi in maniera che ne dipenda la nostra felicità. Bisogna riservarsi un retrobottega tutto nostro, del tutto indipendente, nel quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine. Là noi dobbiamo trattenerci abitualmente con noi stessi, e tanto privatamente che nessuna conversazione o comunicazione con altri vi trovi luogo. (…) Abbiamo vissuto abbastanza per gli altri, viviamo per noi almeno quest’ultimo resto di vita. (…) Riconduciamo a noi e al nostro piacere i nostri pensieri e le nostre intenzioni. (…) La più grande cosa del mondo è saper essere per sé. (…) Il sentimento più contrario al ritiro è l’ambizione. La gloria e il riposo sono cose che non possono stare sotto lo stesso tetto” (433-445). Attenzione però: “Ritiratevi in voi, ma prima preparatevi a ricevervi: sarebbe una pazzia affidarvi a voi stessi, se non vi sapete governare. C’è modo di fallire nella solitudine come nella compagnia” (447).
Non mancano momenti in cui Montaigne mi ricorda i principi che si incontrano frequentando la spiritualità orientale. Egli constata che “Andiamo di furia in tutte le nostre azioni” (2055), e poi ci confessa questo momento zen: “Quando ballo, ballo, quando dormo, dormo; e quando passeggio da solo in un bel verziere, se i miei pensieri si sono occupati di circostanze estranee per un certo tempo, per un altro po’ di tempo li riconduco alla passeggiata, al verziere, alla dolcezza di quella solitudine, e a me stesso” (2067). Sa fluire con le circostanze: “Non potendo regolare gli avvenimenti, regolo me stesso, e mi adatto ad essi, se essi non si adattano a me” (1193). “In tutti gli affari, quando sono passati, comunque sia andata, ho poco rammarico. Infatti mi libera dalla pena il pensiero che dovevano andare così. Eccoli nel gran corso dell’universo e nell’incatenamento delle cause stoiche. La vostra fantasia non può, col desiderio e con l’immaginazione, rimuoverne un punto senza che tutto l’ordine delle cose si rovesci, e il passato e l’avvenire” (1507).
Fino a giungere a un tale livello di saggezza (l’azione senza scopo) che lui stesso sa che non può essere attinta in qualsiasi momento: “Agendo, io non pretendo altro profitto che l’agire, e non vi annetto conseguenze e propositi duraturi. Ogni azione fa il suo proprio gioco: frutti se può!” (1463). Oppure fino a raggiungere un’equanimità obiettiva: “Non mi amo così smodatamente e non sono così attaccato e immischiato in me stesso da non poter distinguermi e considerarmi a parte: come un vicino, come un albero” (1751). Così riconoscendo in sé dei limiti anche nell’arte del conoscersi: “Io non ho nulla di mio se non me stesso, e tuttavia il mio possesso è in parte manchevole e preso a prestito” (1799).
Però Montaigne non è stato sempre chiuso nella sua torre, oltre al giudice ha perfino fatto il sindaco di Bordeaux, e ha svolto altri incarichi politici importanti: “Io ho potuto immischiarmi delle cariche pubbliche senza allontanarmi da me stesso della larghezza di un’unghia. E darmi agli altri senza togliermi a me” (1873).
Sia o non sia sempre vera la descrizione che Montaigne fa di sé stesso, non ha importanza. La sua scrittura è per me un potente evocatore di riflessioni che mi affascinano; le sue pagine mi aiutano a conseguire la mente che più desidero.
Mi capita di prendere spunto da Montaigne per sviluppare il mio pensiero, a volte in disaccordo con lui. I suoi Saggi sono dei suscitatori di idee personali, ispirate dal carattere fortemente personale del loro autore. Sono dei trampolini, dai quali posso saltare inventando nuove traiettorie, tracciando percorsi tutti miei, ma legati al grande Michel da un filo più o meno riconoscibile.
Anche sul rapporto con i libri Montaigne ha parole che si accordano col mio sentire: “I miei studi [sono stati impiegati] a insegnarmi ad agire, non a scrivere. Ho dedicato tutti i miei sforzi a formare la mia vita. Ecco il mio mestiere e la mia opera. Sono facitore di libri meno che di ogni altra cosa. Ho desiderato il sapere per il servizio delle mie comodità presenti ed essenziali, non per farne magazzino e riserva per i miei eredi” (1451). “Quanti uomini ho visto, durante la mia vita, istupiditi da una smodata avidità di scienza!” (297). Tutto quello che studio è in funzione della vita, mia e di chi mi sta accanto.
Mi sento un libero pensatore, come il mio “amico” Montaigne. Esploro la vita (e il mio sé) con animo sperimentale, accettando il rischio che qualcosa vada storto. La mutevolezza delle cose a volte mi opprime, a volte mi affascina, ed io muto con loro. “Il mondo non è che una continua altalena. Tutte le cose vi oscillano senza posa. (…) Potrei cambiare fra poco, non solo di condizione, ma anche di intenti. È una registrazione di diversi e mutevoli eventi e di idee incerte. E talvolta contrarie. Sia che io stesso sia diverso, sia che colga gli oggetti secondo altri aspetti e contraddizioni. … Se la mia anima potesse stabilizzarsi, non mi saggerei, mi risolverei. Essa è sempre in tirocinio e in prova” (1487).
Quindi ci sono contraddizioni nei Saggi? Certo che sì. Montaigne descrive il corso dei suoi pensieri nell’arco di venti anni, e non si cura della sua mutevolezza. Avrebbe certo approvato il motto di Walt Whitman: “Forse che mi contraddico? Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico, (sono vasto, contengo moltitudini)”.
Ecco poi uno sguardo alla vita sulla terra sub specie aeternitatis: “il nostro esistere … non è che un lampo nel corso infinito di una notte eterna, e un’interruzione così breve della nostra perpetua e naturale condizione, mentre la morte occupa tutto il prima e il dopo di questo momento” (959; bastano queste righe per non stupirsi che i Saggi sia stati messi all’Indice, dal 1676 al 1854).
Cosa ci tiene in piedi pur in tanta lucida consapevolezza della nostra piccolezza? Gli affetti. In ordine ai quali si trovano in Montaigne pagine memorabili. Premesso, che “Non so far nulla così bene come essere amico” (53), il nostro amico scrive (a proposito del suo migliore amico, Étienne de La Boétie, morto prematuramente): “Se mi si chiede di dire perché l’amavo, sento che questo non si può esprimere che rispondendo: «Perché era lui; perché ero io». (…) Le nostre anime hanno camminato così unite, si sono considerate con affetto tanto ardente, e con pari affetto si sono scoperte l’una all’altra fin nel più profondo delle viscere, che non solo io conoscevo la sua come la mia, ma certo mi sarei più volentieri affidato a lui che a me stesso. (…) Se, nell’amicizia di cui parlo, l’uno potesse dare all’altro, sarebbe quello che riceve il beneficio a far cortesia al suo compagno. Di fatto, cercando l’uno e l’altro, sopra ogni altra cosa, di farsi del bene a vicenda, colui che ne offre materia e occasione è quello che fa il generoso, dando al suo amico questa soddisfazione di attuare nei suoi confronti quello che maggiormente desidera. (…) Di fatto la perfetta amicizia di cui parlo è indivisibile: ciascuno si dà al proprio amico tanto interamente che non gli resta nulla da spartire con altri. (…) Insomma, sono cose inimmaginabili per chi non le ha provate” (341-349) [a scanso di equivoci: Montaigne non era omosessuale, e i suoi Saggi abbondano di narrazioni relative al suo gusto, e alla sua attitudine, per le relazioni sessuali con le donne].
Ho incontrato una persona “viva”, che mi ha parlato dei suoi calcoli renali e dei suoi lutti, della sua biblioteca e dei suoi affari, delle sue letture (citando in continuazione gli autori latini) e delle sue disavventure, dei suoi gusti alimentari e dei suoi gusti letterari. Un testo, il suo, che ha il sapore della vita, con le sue imprevedibilità, le sue contraddizioni, e soprattutto con la sua straordinaria immensa bellezza.