Incontro con Lin Yutang
- seconda parte -
Eccoci alla seconda e ultima parte del mio incontro con Lin Yutang (LY).
Ricorderò soltanto che si tratta di uno scrittore cinese, nato nel 1895 e morto nel 1976; e che vi sto riferendo di un solo suo libro: Importanza di vivere, scritto in inglese, pubblicato per la prima volta nel 1937, e tradotto in italiano da Piero Jahier. Non è più in commercio ma è reperibile nel mercato on line dei libri usati.
Ci eravamo fermati all’ingresso del santuario della natura, dove entriamo oggi.
Parliamo di vita nella natura, una disposizione che per me è imprescindibile. LY, abilissimo con le parole, ancora una volta esprime da maestro quello che tante volte ho sentito dentro: “Vi è un modo di guardare un paesaggio come pittura animata e non sentirsi soddisfatti di nulla di meno di una pittura viva; un modo di guardare le nuvole tropicali all’orizzonte come i fondi di scena di un palcoscenico, e non sentirsi soddisfatti di nulla di meno grande, come sfondo; un modo di considerar le foreste come un parco privato, e non sentirsi soddisfatti di nulla di meno come giardino privato; un modo di ascoltare le onde muggenti come un concerto, e non sentirsi più soddisfatti di nulla di meno come concerto; e un modo di considerare la brezza montana come un sistema di raffreddamento atmosferico e non sentirsi più soddisfatti di nulla di meno come sistema di raffreddamento atmosferico” (345-6).
Sempre a proposito del godimento della natura LY elabora un concetto che mi pare valido, più in generale, per il raggiungimento della saggezza in tutti i campi del vivere: “Il godimento della natura è un’arte che dipende moltissimo dalla personalità di ciascuno, e, come di ogni arte, è difficile spiegarne la tecnica. Tutto deve essere spontaneo, e nascer spontaneamente da un temperamento d’artista. È perciò difficile dare ricette per goder questo o quell’albero, questa o quella roccia, questo o quel paesaggio in quel dato momento, perché non vi è paesaggio che somigli a un altro. Chi comprende, saprà goder la Natura senza bisogno di insegnamenti (…) Quel che può o non può esser consentito nell’arte d’amore tra marito e moglie … non è cosa da prescriversi in regole. La stessa osservazione vale per l’arte di goder la Natura. Il miglior avvicinamento è probabilmente quello di studiare le vite di chi ha il temperamento artistico conveniente” (347).
E sulla distruzione della natura e della vita naturale, che dirà LY? Cose oneste: “Non capisco cosa stiamo facendo. Costruiamo case quadrate e le mettiamo in fila, e tracciamo strade diritte senz’alberi (…) Siamo quasi riusciti a chiuder la natura fuori delle nostre vite (…) Lo spirito della Natura ha abbandonato l’uomo civile moderno (…) La nostra gloria, la nostra potenza e abilità le mettiamo a allevare e disciplinare gli alberi come alleviamo e discipliniamo soldati in uniforme (…) Perciò esiste il grande problema di ricuperare la natura e riportarla alle nostre case. È un problema esasperante. Cosa può fare un uomo, sia pure col miglior temperamento artistico del mondo, quando vive in un appartamento lontano dalla terra? (…) Tutto va male, irreparabilmente male. Cosa ci è lasciato da ammirare eccetto alti grattacieli e finestre illuminate, in fila, la notte? Guardando quei grattacieli e quelle file di finestre si diventa sempre più superbi della potenza e della civiltà umana e si dimentica che misere creature siamo. Debbo perciò abbandonare il problema come insolubile” (358-9). Notare il tocco umoristico finale: anche quando tutto va male LY ci lascia con un accenno di sorriso sulle labbra.
Alla luce di queste idee non vi stupirete che per LY la cultura e l’arte abbiano ragion d’essere solo in quanto percorsi di ricerca sul come stare al mondo.
“L’uomo colto … non è necessariamente quello che ha molto letto o mandato a memoria, ma chi ama o disama con fondamento. Conoscere cosa amare e cosa detestare costituisce il buon gusto nella conoscenza” (435).
“L’acquisto della cultura non riguarda nessun altro che noi stessi. Attualmente tutti gli studenti studiano per il segretario della facoltà, e parecchi dei migliori per i genitori o per i maestri o per le future mogli; per non aver l’aria di ingrati verso i genitori che spendono tanto per mantenerli agli studi, (…) o per guadagnare un maggior stipendio (…). Affermo che tutte queste considerazioni sono immorali. La ricerca del sapere non dovrebbe riguardare nessun altro che se stesso e soltanto allora l’educazione potrebbe diventare un piacere e diventar positiva” (440).
“È più importante che tutti i ragazzi e gli adulti sian messi in condizione di creare qualcosa di proprio, come passatempo, piuttosto che la nazione produca un solo Rodin. (…) È solo quando lo spirito di gioco è salvaguardato, che l’arte può salvarsi dall’essere commercializzata. È caratteristica del gioco che si giochi senza ragione. Il gioco è una ragione in se stesso” (441).
Il gioco come azione pura, senza altri scopi che l’azione stessa. L’azione senza scopo è importantissima perché è come la vita, perché la vita non ha (secondo me) nessuno scopo, che è come dire che non ha altro scopo che la vita stessa. Forse è per questo che l’azione pura (fatta per bellezza, vale a dire per il mero piacere di farla) ci appaga così tanto.
In LY l’azione pura è sempre collegata al godimento e al piacere di vivere.
“Non si deve leggere per migliorare la propria cultura, perché quando si comincia a pensare a migliorare la propria cultura, tutto il piacere della lettura se ne è andato” (454). “Per dar pieno godimento, la lettura dev’essere completamente spontanea” (460).
Cosa pensare se uno con la cultura o con l’arte ci vuole guadagnare da vivere? È un problema, perché la purezza della sua arte ne viene macchiata. “Io, per me, vorrei che tutti gli scolari imparassero a modellare la creta, e tutti i direttori di banca ed esperti economisti fossero in grado di dipingere la propria cartolina di auguri natalizi … piuttosto che aver pochi artisti che attendano all’arte come a una professione. È quanto dire che io tengo per il dilettantismo in tutti i campi (…). Sappiamo che esse [le opere dei dilettanti] sono spontanee ed è soltanto nella spontaneità che risiede il vero spirito artistico … È soltanto quando lo spirito di gioco è salvaguardato che l’arte può salvarsi dall’essere commercializzata” (441).
Un altro divertente capitolo è quello sul viaggiare. Per LY il viaggio è diventato un’industria, e se ne è del tutto persa l’arte. Tale arte comporta che non si debba viaggiare né per accrescere le proprie conoscenze, né per poterne parlare (e farsene belli) al ritorno, né “a orario” vale a dire sapendo in anticipo il tempo che sarà trascorso in ogni luogo. Viaggiare è sperdersi e rendersi incognito, vagabondare, avventurarsi in modo istintivo, percepire con tutti i sensi il mondo circostante: “Buon viaggiatore è chi non sa dove andrà; perfetto viaggiatore è chi non sa donde venga” (404). Vale a dire (paradossalmente), uno che viva a tal punto il momento presente da perdere cognizione di sé.
“Giungiamo così alla filosofia del viaggiare: che consiste nella capacità di vedere le cose, la quale abolisce ogni distinzione tra viaggiare in paese lontano o gironzolare pei campi un pomeriggio … a contemplare la nuvola, il cane, la siepe o un albero solitario” (407). Quante persone ho sentito dolersi acutamente, durante la pandemia di Covid, dell’impossibilità di fare viaggi! Se invece dell’industria turistica fosse stata sviluppata la cultura del viaggiare propugnata da LY tutto quel dolore sarebbe stato (almeno in parte) evitato.
Importanza di vivere invita all’azione pura in quasi tutti i campi che tocca, perché è nella modalità della naturalezza e della spontaneità che LY individua l’arte di trarre piacere nella vita di tutti i giorni. Un’arte connessa al modo in cui si fanno le cose, quali che esse siano: “La bellezza non è che forma bella, e vi è forma bella nella condotta, quanto in una buona pittura o in un bel ponte. … vi è buona forma in ogni cosa. (…) L’impulso al lavoro ben fatto, è essenzialmente impulso estetico. Anche un bell’omicidio, una bella cospirazione, ben condotta, è bella da considerare, per quanto l’atto in sé possa essere condannabile” (444-5).
“Il mondo sarà salvato dalla bellezza” (Fédor Dostoevskij, L’idiota, parte III, cap. V, Garzanti, 1982, p. 478). Ma che vuol dire? Vuol dire avere un approccio estetico alla vita, anche nei suoi momenti più banali. LY, in Importanza di vivere, illustra come una vita improntata a tale atteggiamento di fondo possa svolgersi in concreto, e quali effetti produca; come la bellezza - e il piacere che da essa tracima - possa abbracciare tutto, comprese le piccole cose della quotidianità.
Se è vero che ogni momento della vita può essere vissuto meditativamente, così tale momento può essere vissuto esteticamente, e fra le due dimensioni è facile instaurare una felice comunicazione.
La bellezza è pura perché “è una finalità che non contiene alcun fine. Una cosa bella non contiene altro bene fuorché se stessa” (Kant, richiamato da Simone Weil, citata in Vito Mancuso, La via della bellezza, Garzanti, 2018, p. 165, nota 5).
Lasciar cadere l’io (insegna il Buddhismo): ma come? Secondo me la bellezza è il più potente fattore de-egoicizzante che esista, e con effetti quasi immediati (anche se in genere provvisori). Nel rapimento dinanzi alla bellezza, oppure nel perseguimento della stessa, l’io si fa piccolo piccolo e viene trasceso - o semplicemente dimenticato - senza sforzo, con naturalezza, a favore di una realtà più importante e più nobile: “Questo è il momento nella vita …, o mai più altro, degno di vita per l’uomo: quando contempli la bellezza in sé” (Platone, Simposio, 211 D, Laterza, 1985, p. 192).
“Nutrendosi di bellezza, il nostro io a poco a poco si libera dalle sue ristrettezze e dalla sua volontà appropriativa, nonché dalle sue paure e dalle sue ansie, si libera insomma da tutto quel magma incandescente e a volte marcescente il cui insieme denominiamo ego, spesso all’origine del cosiddetto male di vivere e di tanta sofferenza (…). L’esperienza della bellezza può rompere le barriere dell’ego e avere un potere salvifico, (…) Perdersi nel bello, dimenticarsi, spostare il baricentro del proprio esistere fuori da sé, costituisce un movimento assecondando il quale il proprio gusto diviene gusto per l’armonia, per la proporzione, per l’equilibrio dei rapporti, e quindi per l’etica. Anche il bene infatti vive dell’armonia, esattamente come ne vive la bellezza, e per questo il fare esperienza di autentica bellezza genera un desiderio integrale di vita giusta” (V. Mancuso, op. cit., p. 168-9).
Va notato che un discorso così generale sulla bellezza, come quello sopra abbozzato, non sta in Importanza di vivere: LY è cinese e ama la concretezza; teorizza, sì, ma tenendosi sempre molto lontano da qualsiasi astrattezza.
Alla luce di quanto finora visto appare naturale che in tutta Importanza di vivere trasudi disprezzo per la ricchezza e il potere, ma in modo non astratto né ideologico né politico. La posizione di LY si fonda su uno stato d’animo molto potente, perché privo di conflitti di interesse. È la via di chi dice al ricco uomo di affari o al potente governatore: “Caro mio, tu fai pure come credi ma io non vorrei mai essere al posto tuo perché il tuo è un luogo pieno di inutili affanni e di tribolazioni (che invece - pur nei limiti di ciò che è umano - nel mio mondo non vi sono) e privo di bellezza”.
Giungiamo verso la fine del libro al piano strettamente religioso, sul quale LY si dichiara pagano, e spiega perché: “Nessuno può essere naturale e felice se non è sincero con se stesso; ed essere naturale è essere in paradiso. Per me, essere pagano è proprio essere naturale” (483). Decisive, anche per me, le parole finali del brano che segue: “Un pagano può giungere al punto di guardare a questo, forse più caldo e amichevole mondo cristiano, come a un mondo più fanciullesco … a un mondo più adolescente; utilitario e lavorativo, se si mantiene intatta l’illusione, ma non più e non meno giustificabile di una visione di vita veracemente buddista; come a un mondo anche più piacevolmente colorato, ma di conseguenza meno solidamente vero, e, quindi, di minor valore. Per me personalmente, il sospetto che qualcosa sia colorato e non solidamente vero, è fatale. La verità si pagherebbe qualunque prezzo: quali si siano le conseguenze, datecela” (485).
Alla conclusione del libro mi sono tornate in mente queste parole della prefazione: “Ho l’abitudine di comprare edizioni a buon mercato di vecchi libri oscuri e guardare cosa ci posso scoprire. Se i professori di letteratura conoscessero le fonti delle mie idee, rimarrebbero scandalizzati. Ma c’è più piacere a tirar fuori una piccola perla dalla spazzatura, che a guardarne una più grossa nella vetrina del gioielliere” (2-3).
Per me però si è trattato di una perla importante, dell’incontro con un autore che è entrato fra i favoriti: “Considero la scoperta di un autore favorito come l’avvenimento più decisivo che esista nella nostra formazione intellettuale. Esiste ciò che chiamiamo affinità degli spiriti, e, tra gli autori dei tempi antichi e moderni, ognuno deve cercar di trovare quello il cui spirito è più prossimo al suo. Soltanto in questo modo si può ritrar dalla lettura qualcosa di buono. Bisogna essere indipendenti a scovarsi da soli i propri maestri. … Non si può consigliare al lettore di amare questo o quell’altro, ma quando ha trovato l’autore che gli è caro, lo sa da sé, per una specie d’istinto” (457).
Il tema dell’affinità degli spiriti (criterio-guida non solo nel campo del pensiero ma in generale nella vita intera) ci conduce a quello dei rapporti interpersonali. Da quanto ho riferito finora sembra che LY se ne occupi poco, ed in effetti è così, anche se le arti di vita di cui egli parla coinvolgono quasi sempre - esplicitamente (v. i temi dell’amicizia e della conversazione) o meno - la relazione con le persone d’intorno. Tuttavia quel poco è molto chiaro: “Non vi è uomo, d’altronde, che viva come individuo completamente solo e l’idea di un individuo simile non ha consistenza. Se pensiamo a un individuo non considerandolo né come figlio, né come fratello, né come padre, né come amico, cos’è egli dunque? Un’astrazione metafisica” (234). LY inserisce tale riflessione laddove sviluppa il tema della famiglia, i cui valori vengono considerati (nell’alveo della tradizione cinese) del tutto prevalenti rispetto a quelli dell’individuo. Ma noi possiamo trarne un concetto più generale, e fondamentale. Le relazioni interpersonali sono decisive, perché non si esiste da soli. Allora oserei dire che esse contino più di tutto. La via della relazione è una via maestra alla felicità: curando le relazioni con le persone che danno senso alla nostra esistenza, tutto il resto - compresa la capacità di godimento della vita, tanto cara a LY - può andare a posto da solo o comunque con naturalezza. La festa, il lavoro, l’ozio, la casa, la natura, la cultura, la lettura, il viaggiare … tutte quelle arti sono ancillari rispetto all’arte della relazione interpersonale, e la ricchezza di questa si espande tutt’intorno, e genera l’energia vitale indispensabile per godere di qualsiasi cosa.
Allora resta da elaborare un nuovo capitolo - quello che LY non ha scritto espressamente - che riguarda l’arte della relazione con l’altro. Un capitolo capitale.
Nel finale, un rilievo importante (sebbene abbastanza ovvio). Per quanto abbia cercato il più possibile di far parlare direttamente LY, la condensazione del suo intero libro in queste poche pagine tradisce il principio (già sopra incontrato) per cui “il modo è la cosa stessa”. Lo stile della vita di una persona non può essere esperito veracemente se non attraverso la sua diretta frequentazione. Lo stile, il gusto, il sapore di Importanza di vivere sono una miscela che si apprezza soltanto dal libro intero, dai suoi passaggi maggiori e ancor più da quelli minori, una miscela che nessun riassunto può neanche lontanamente aspirare a rivelare.
Abbiamo parlato di un libro filosofico, e quindi di idee. Però un libro come questo (a parte il piacere di una scrittura - non per caso - piena di immagini vivide e di senso dell’umorismo) si invera soltanto se espande la sua azione sul piano della vita dei suoi lettori, anche solo in modo minimale, in un qualche ambito del loro percorso umano, aiutandoli a sentire più intimamente l’esistenza e loro stessi:
“Considero l’educazione dei nostri sensi e delle nostre emozioni assai più importante dell’educazione delle nostre idee” (85).