Incontro con Lin Yutang
- prima parte -
Questa volta vi scrivo di un libro che mi ha folgorato. È un antidepressivo potente, e del tutto privo di effetti collaterali. Comunica gioia di vivere. Può causare una certa qual dipendenza e indurre il desiderio di leggere gli altri libri del suo autore, che sono nella maggior parte romanzi, ma non produce tolleranza.
Per caso nel maggio 2020 la mia curiosità è stata attratta da una scarna citazione di un’opera di un autore cinese, oggi quasi sconosciuto, che si chiama Lin (cognome) Yutang (nome), nato nel 1895 e morto nel 1976. Si intitola “Importanza di vivere”; non è più in catalogo e me la sono procurata sul mercato dell’usato, nell’ottima traduzione italiana di Piero Jahier. Scritta in inglese, fu pubblicata per la prima volta nel 1937 negli Stati Uniti, dove Lin Yutang (LY) si era trasferito.
È una miniera di idee sui problemi e sulle arti del vivere; un libro così ricco di energia vitale, oltre che di senso dell’umorismo, da far innamorare del suo autore. Così, almeno, è successo a me; tanto che poi mi sono procurato il resto della sua produzione letteraria che fosse disponibile sul mercato dell’usato.
LY era un letterato, e principalmente un romanziere, cinese. Quel che si impara avvicinandosi alla cultura cinese è che in essa la distinzione fra letteratura e filosofia è molto meno marcata che in occidente. Lo spirito pragmatico dei cinesi fa sì che nella loro tradizione la filosofia abbia scarso senso in termini teoretici, e sia invece - al pari della letteratura - uno studio dei problemi del vivere e della sapienza nel risolverli.
“Importanza di vivere” affonda le sue radici in una tradizione letterario-filosofica millenaria, che si occupa di discutere quali siano i comportamenti più saggi che si possono adottare nel corso delle varie fasi della vita. È un libro che può anche costituire una porta di accesso all’universo immenso della cultura cinese. Tuttavia non per fini intellettuali LY vorrebbe che la sua opera fosse letta: “I migliori libri ci aiutano sempre a capire più intimamente la vita e noi stessi, e questo è il vero scopo del leggere” (“Importanza di capire”, 9).
LY non propone una via spirituale di carattere procedurale o di metodo, del tipo: “adotta questa procedura [che sia la meditazione, oppure lo yoga, oppure il qì gōng, oppure una qualsiasi fra le tante pratiche sapienziali] e il resto verrà da solo”. Egli invece propone scelte concrete, e di merito: meglio oziare un poco a letto appena svegli piuttosto che non farlo; meglio fumare la pipa piuttosto che non fumare; meglio lavorare poco piuttosto che molto; meglio godere di una tazza di tè in compagnia di pochi e sceltissimi amici, e così via. In questo modo si espone a critiche, alle quali risponde subito nella prefazione: “Questo libro è una testimonianza personale, una testimonianza della mia propria esperienza di pensiero e di vita. Non aspira a essere obiettivo, né presume di stabilire verità eterne. In realtà ho piuttosto in dispregio la pretesa all’obiettività in filosofia; è il punto di vista che conta” (pag. 1; se non diversamente indicato, tutte le citazioni sono tratte da “Importanza di vivere”, II ediz., Bompiani, 1939).
Saggezza: eliminare le cose non essenziali, e ridurre i problemi della filosofia a tre o quattro: il godimento della casa (relazione tra uomo, donna e fanciullo), della natura, della cultura, dei viaggi, di tutte le piccole cose. Obiettivi: “Primo, il dono di vedere la vita tutta artisticamente; secondo, un cosciente ritorno alla semplicità in filosofia; terzo, un ideale di ragionevolezza nel vivere. Il prodotto finale è, strano a dirsi, l’adorazione del poeta, del contadino e del vagabondo” (20).
Ci sono elementi trasgressivi nel suo pensiero, fondati non su un anelito alla giustizia sociale bensì sul richiamo della dignità umana, che lui (in armonia con la tradizione letteraria cinese) vede incarnata dal “furfante” o “vagabondo”, vale a dire da colui che esce dagli schemi e dalle costrizioni sociali, e che è caratterizzato da “una giocosa curiosità; la capacità del sogno; il senso umoristico che corregge il sogno; e una certa capricciosità e imprevedibilità di condotta” (88).
L’ “eroe” linniano contrasta con alcune delle logiche e delle strutture del nostro sistema sociale: “la nostra vita è troppo complicata, la nostra cultura troppo seria, la nostra filosofia troppo cupa e i nostri pensieri troppo involuti. (…) la semplicità è il segno esteriore e il simbolo della profondità del pensiero … Quanto è difficile la chiarezza del pensiero! Eppure è soltanto quando un pensiero diventa chiaro che è possibile esprimerlo semplicemente” (104, 105).
Il furfante squarcia l’orizzonte e mostra che un altro mondo è possibile, qui e ora, senza l’attesa di un’imprecisata redenzione, futura o dall’alto. Il vagabondo linniano incarna la nostra istanza, soffocata e sotterranea, di superamento di ciò che è, e ci mostra una via grazie alla quale l’intuizione del possibile non resti un sogno ma diventi una pista percorribile. Le nostre categorie abituali possono essere decostruite, e lo straniamento che ne deriva offre l’opportunità di un’apertura a un nuovo modo di valutare le cose e di stare al mondo. La tensione verso il nuovo e verso l’oltre non ha bisogno, per essere soddisfatta, di nessuna grande rivoluzione, perché può attuarsi in ogni sguardo del vivere quotidiano.
“Io credo che nessuna civiltà possa dirsi completa finché non abbia progredito dalla falsificazione alla genuinità e fatto cosciente ritorno alla semplicità di pensare e di vivere, e non chiamo saggio un uomo finché non abbia fatto il progresso dalla saggezza della conoscenza alla saggezza della follia, e non sia diventato un filosofo sorridente, che prima sente la tragedia della vita poi ne sente la commedia. Perché dobbiamo piangere prima di poter ridere. Dalla mestizia deriva il risveglio e dal risveglio il riso del filosofo con la gentilezza e la tolleranza per soprammercato (…) Soltanto il filosofo allegro è profondo filosofo, le imbronciate filosofie d’Occidente non han nemmeno cominciato a capire cosa sia la vita. Per me personalmente, l’unica funzione della filosofia è quella di insegnarci a prendere la vita più leggermente e allegramente del comune uomo d’affari; e nessun uomo d’affari che non si ritiri a cinquant’anni, se può, è filosofo agli occhi miei. (…) L’uomo moderno prende la vita troppo seriamente, e perché è troppo serio il mondo è pieno di guai (…) Esaminando la letteratura, l’arte e la filosofia cinese come un complesso unico, mi è divenuto manifesto che la filosofia del saggio disincantamento e del totale godimento della vita è il messaggio e l’insegnamento ad esse comune, il più costante, più caratteristico e più persistente ritornello del pensiero cinese” (22-23).
Le passioni e le paure, le gioie e i dolori, per LY vanno vissuti in armonia e consapevolezza (che compongono l’atteggiamento fondamentale, quello della ragionevolezza); non vanno combattuti: “«Vuoto - pace - calma». Mi sembra che un simile paradiso presenti una sconfinata attrattiva per degli schiavi da galera” (39).
Vi sono molti modi per attivare le nostre capacità di pienezza di vita, ed esse stanno già tutte in noi per cui non c’è bisogno di cercare altrove. Si tratta “soltanto” di saper sciogliere i nodi delle funi che le imbrigliano.
Sull’esser mortali: “Chi avverte la morte avverte il senso della commedia umana e presto diventa poeta” (55). Il fluire del tempo ci manifesta come la vita sia un sogno fugace e rivela la vanità degli attaccamenti: “Questo sentimento della consistenza di sogno della vita umana, riveste il pagano di una specie di spiritualità” (199).
Il fine della vita è il suo godimento e “ogni umana felicità è felicità sensuale. (…) Se vai bene di corpo sei felice, se non vai bene, infelice. Questo è quanto” (160).
“Dunque ci sta davanti la festa della vita, e l’unico problema è sapere di quale appetito disponiamo … Tutto considerato, la cosa più sconcertante dell’uomo è la sua idea di lavorare, e la quantità di lavoro che lui stesso o la civiltà gli han posto addosso. Tutta la natura è oziosa: l’uomo soltanto lavora per procurarsi da vivere” (183).
Obiezione: “questa, in certo senso materialistica visione delle cose è egoistica, manca totalmente di senso di responsabilità sociale, insegna soltanto a godersela”. Risposta: “Questo genere di argomentazione deriva dall’ignoranza; quelli che lo impiegano non sanno di cosa parlano. Ignorano la bontà del cinico, la gentilezza di indole di un tale amatore di vita. L’amore degli uomini non potrebbe mai essere una dottrina, un articolo di fede, un oggetto di convinzione intellettuale (…) Tale amore dovrebbe essere perfettamente naturale, per l’uomo, come lo è per gli uccelli agitare le ali. Dovrebbe essere un sentimento diretto, naturalmente sgorgato da un’anima sana che vive in contatto con la Natura. Nessun uomo che ami veramente gli alberi, può essere crudele con gli animali o coi propri compagni di vita” (173-4).
La grande minaccia è il pensiero unico economicistico: “Col predominio dei problemi economici e delle preoccupazioni economiche che soverchiano ogni altra forma di pensare umano, finiamo con l’essere completamente ignoranti e indifferenti a una più umana conoscenza e filosofia che si preoccupi dei problemi della vita individuale”. Con un’economia “malata o dolente”, siamo allora “come il malato ulceroso che concentra ogni suo pensiero sullo stomaco” (108).
Tale pensiero incatena e restringe le prospettive vitali fino all’estrema angustia. Ne è un esempio l’ossessiva cura delle questioni economiche cui abbiamo assistito durante la pandemia di Covid. Premesso un grande rispetto per chi ha sofferto la malattia e per chi ha subito la morte dei propri cari (qualsiasi malattia, qualsiasi morte), mi pare che il 2020 ci abbia dato (fra l’altro) la grande occasione di imparare a rinunciare, e di accorgerci che poter fare a meno di qualcosa è uno dei modi più efficaci per sentirsi liberi.
La ricetta di LY contro l’appiattimento sul selciato economico è una, che poi si riversa in mille rivoli: coltivare la capacità di godere gli innumerevoli (e gratuiti) piaceri della vita.
Si parte allora con l’ozio. “Il godimento dell’ozio è qualcosa che costa decisamente meno del godimento del lusso. Tutto quanto richiede, è un temperamento artistico, incline alla ricerca di un pomeriggio completamente inutile, passato in un perfettamente inutile modo” (192-193).
“La capacità di vero godimento della pigrizia è andata perduta fra le classi danarose, e può essere trovata soltanto tra il popolo che ha un supremo disprezzo per la ricchezza. Deve risultare da una ricchezza interiore dell’anima in un uomo che ami la vita semplice e sia in certo qual modo insofferente del mestiere di far quattrini. Vi è sempre abbondanza di vita da godere per l’uomo deciso a goderla. Se gli uomini non riescono a godere la loro vita terrestre, è perché non l’amano abbastanza e consentono che sia trasformata in una monotona serie di ripetizioni” (195).
Ozio = tempo libero = svincolamento taoistico dai mille legacci sociali: “Solo chi non è desiderato dal pubblico può essere un individuo spensierato, e solo chi può essere un individuo spensierato può essere una creatura umana felice. In questo spirito, Chuangtse, il più grande e dotato dei filosofi taoisti, ci ammonisce continuamente a non essere troppo eminenti, troppo utili e troppo servizievoli” (202).
Su ozio e cultura/saggezza: “la cultura, a mio credere, è essenzialmente un prodotto dell’ozio (…) I saggi non sono troppo occupati, e i troppo occupati non sono saggi” (190).
LY si sofferma sul giacere a letto, come forma di pace, solitudine e contemplazione, produttive di effetti benefici a tutti i livelli: “Evidentemente ai molti uomini d’affari che mettono il loro orgoglio nell’affannarsi da mane a sera e tener sulla scrivania tre apparecchi telefonici continuamente occupati, non passa neppure per la mente che potrebbero guadagnare il doppio se si concedessero un’ora di solitudine, svegli a letto, magari alle otto del mattino” (255).
LY si sofferma su tanti altri aspetti della vita di tutti i giorni.
Sullo stare in poltrona e sull’arte della conversazione: “«Parlare una notte con voi è meglio che studiar libri dieci anni» – tale il commento di un letterato cinese, dopo aver avuto una conversazione con un amico” (263). È preferibile conversare di notte, in un contesto ozioso di familiarità e noncuranza, senza ordine né metodo, così che le idee vengano espresse “in maniera casuale, agevole ed intima” (266).
Sul tè, sull’incenso e sul fumo, soprattutto della pipa: “l’uomo con la pipa in bocca è il mio amico del cuore (…) La pipa estrae saggezza dalle labbra del filosofo, e chiude la bocca allo sciocco; genera uno stile di conversazione contemplativo, pensieroso, benevolo e non affettato” (288-9).
Sul bere e il mangiare nelle feste; sulla medicina e l’alimentazione: la cultura cinese considera “il cibo essenzialmente come un problema di regime per conservare la salute” (307). “Dobbiamo, quindi, congratularci col popolo cinese per la sua felice confusione della medicina col cibo. Ciò fa della sua medicina meno che una medicina, ma fa del cibo più che un cibo” (309).
Sulla casa e i suoi interni; sugli abiti (in quelli occidentali per uomo “dal colletto in giù è tutto un continuo e implacabile oltraggio al buon senso”, 324).
Sull’amicizia: pochi ottimi amici, scelti con la massima cura, creano l’atmosfera congeniale per il godimento della vita: “I nostri sensi si trasformano in un apparato atto a percepire la meravigliosa sinfonia di colori, suoni, odori e gusti, fornita dalla Natura e dalla cultura. Ci sentiamo come buoni violini che stian per essere suonati da grandi maestri” (279).
Su tutto si sofferma con uno sguardo volto a estrarre, o meglio, a comporre bellezza e godimento.
La scelta del modo in cui qualsiasi momento della vita viene vissuto è fondamentale: “…, per dirla in breve, il modo è la cosa stessa. Vi è un modo adatto per ogni cosa, e una compagnia sbagliata può completamente sciupare il godimento” (277).
Ritorno sull’argomento della casa perché introduce il tema - a mio avviso centrale - del godimento della natura: “Ho visto a Shanghai dei ricchi orgogliosissimi del possesso di un misero pezzo di terreno, perché includeva una vasca da pesci larga circa dieci piedi, e una collina artificiale che costava tre minuti di scalata alle formiche, ignorando che tanti meschini che vivono in una capanna di montagna possiedono la vista completa di una catena di monti, un fiume ed un lago come giardino privato. Non c’è assolutamente paragone tra i due. Vi son case situate in così bei scenari di montagne, che non vi è affatto questione di circondare di siepe un pezzo di terra come proprietà privata, perché dovunque tu vada errando, possiedi il paesaggio intero, compresi i bianchi cumuli annidati contro la collina, gli uccelli che volano in cielo e la sinfonia naturale di acque cadenti e di canti d’uccelli. L’uomo che possiede ciò è ricco, ricco senza possibile paragone con qualsiasi milionario che viva in città” (328).
La vita nella natura costituisce per me l’attrazione fatale e LY l’analizza in modo magistrale. Nel prossimo articolo mi ci soffermerò, così come esaminerò altri temi dell’opera che ritengo fondamentali.