Il libero arbitrio tra paradossi e felicità
Quello dell’esistenza o meno del libero arbitrio è tema sul quale la bibliografia è sterminata, ma tanto si è discusso, tanto si è scritto, e poco si è concluso. Le opinioni di filosofi e scienziati sono tuttora le più disparate, e non sembra che vi sia stato un concreto avvicinamento alla soluzione del dilemma. Naturalmente, non è in alcun modo pretesa di questo intervento quella di condurre a una qualsiasi soluzione. Mi limito quindi a proporre un’esplorazione della questione sotto un profilo meramente logico, per vedere se tale approccio possa fornire un qualche contributo per ulteriori riflessioni critiche. La seconda parte del presente articolo, invece, riguarda il fenomeno esperienziale (in tema di felicità) che può conseguire all’attuale impossibilità di risolvere il problema.
Da secoli ci si chiede se l’uomo sia libero, anche solo in una piccola porzione dei suoi atti di pensiero, in una piccola porzione dei suoi stati mentali, e nelle conseguenti azioni che possono derivarne. Per esempio, l’atto di afferrare una mela può essere frutto di una decisione consapevole e liberamente presa, oppure consegue in modo inevitabile a una determinata configurazione elettro-chimica del sistema nervoso nell’istante antecedente l’atto stesso?
Per libertà di un atto di pensiero si intende la presenza di due componenti fondamentali:
(i) l’agente è libero perché ha la possibilità di pensare diversamente, e quindi ha anche la possibilità di comportarsi diversamente; in altre parole, ha la possibilità di scegliere fra una pluralità di opzioni, e tale scelta non è determinata in modo indefettibile dallo stato fisico del suo corpo e dell’ambiente circostante (profilo del non-determinismo); nel nostro esempio: l’agente ha la possibilità di afferrare oppure non afferrare la mela;
(ii) l’agente è libero perché ha il controllo, almeno per una piccola porzione, dei propri pensieri e delle proprie azioni, con la conseguenza che tali pensieri e azioni non sono dettati dal caso ma devono essere attribuiti, come fattore causale primigenio, all’agente stesso (profilo della non-casualità); nel nostro esempio: l’agente, nell’afferrare oppure non afferrare la mela, obbedisce non a una determinazione casuale del corso degli eventi bensì a un proprio preciso atto di volontà, al medesimo attribuibile sotto il profilo dell’imputazione soggettiva.
Naturalmente, qui non è in gioco la libertà sotto il profilo socio-politico; quella che, per esempio, è ridotta nei regimi dittatoriali, o in condizioni di estrema povertà, di grave malattia o di carcerazione.
Il quesito, dunque, potrebbe (ai nostri fini) assumere questa formulazione: l’essere umano, almeno in una parte dei suoi atti di pensiero, dei suoi stati mentali, è libero oppure no? Le risposte ammissibili al quesito sono due: NO o SI.
Preciso che l’intera presente analisi è svolta in una prospettiva non religiosa. Il tema del libero arbitrio se esaminato dal punto di vista religioso assume aspetti molto variegati (e diversi anche in relazione alle differenti dottrine coinvolte), dai quali in questa sede prescindo del tutto.
- Il NO
Esaminiamo per prima la risposta NO, e sotto il profilo del determinismo. Con tale risposta si sostiene che l’uomo non è mai libero, neppure in piccola parte, di pensare ed agire. Ogni suo stato mentale è frutto della configurazione fisico-chimica del suo cervello, che a sua volta dipende anche dalla configurazione fisico-chimica del resto del corpo, e di tutto l’ambiente che entra in relazione col corpo stesso.
Si tratta della posizione filosofica deterministica: la volontà umana è del tutto condizionata dai fattori naturali che agiscono nel mondo sulla base delle leggi della fisica e della chimica. Tali leggi sono inderogabili e non consentono altra azione avente efficacia causale se non quella dettata dall’operare del complesso materia/energia, nella sua struttura individuata dagli studi degli scienziati o ancora da scoprire.
Ebbene tale posizione appare non accertabile come vera, e quindi, in ultima analisi, non sostenibile. Con questo non intendo affermare che sia falsa, ma soltanto che non si può sapere se sia vera o falsa. Un giudizio al riguardo non può essere espresso, e non per limiti legati all’attuale stato della conoscenza umana, bensì per un limite intrinseco, di natura logica, alla formulazione stessa della risposta.
Infatti, se io sono rigidamente determinato dalla natura in ogni mio stato mentale, lo sono anche nel momento in cui affermo che sono rigidamente determinato dalla natura in ogni mio stato mentale. Mi trovo nella condizione di assumere tale conclusione filosofica in modo deterministico e quindi inevitabile, necessitato dalla mia stessa natura. Sono determinato a ritenermi deterministico e non dotato di libertà. I miei neuroni, in questa loro attuale configurazione che è frutto di un astronomico concatenamento di fattori causali di natura fisico-chimica, mi impongono di ritenere che non sono libero.
Se non sono libero, allora non sono libero neanche di pensare diversamente con riferimento al quesito sul libero arbitrio. Questo vuol dire che se non sono libero non sono in grado di riflettere sul mio non essere libero, nel senso che non sono in grado di scegliere fra una pluralità di risposte alla domanda. Non sono in grado di indagare (con tutti gli strumenti a mia disposizione offerti dalla ragione, dall’intuizione e dalla scienza) su come davvero stanno le cose, perché la mia scelta alla fine non dipende dallo stato delle cose, ma dallo stato, molto più particolare e, in definitiva, contingente, del mio cervello.
Accade anche a me, sul tema della libertà, ciò che vedo accadere nella cognizione delle altre specie animali. Gli esperimenti degli etologi ci mostrano di continuo come ciascuna specie ha un apparato cognitivo circoscritto dalle specifiche necessità della specie stessa. In modo tale che un membro della specie può benissimo essere ingannato (per esempio dall’uomo, o da un altro animale) ma non potrà mai saperlo perché il suo apparato cognitivo non gli consente di percepire diversamente lo stato delle cose.
In conseguenza, la domanda sul libero arbitrio, da un punto di vista deterministico, è indecidibile. Il determinista può solo affermare “il mio cervello mi costringe a dire che non siamo liberi”, dopo di che lo stato effettivo delle cose, sulla questione della libertà, risulta inavvicinabile. Lo statuto intrinseco dell’atto di vera conoscenza presuppone nell’agente la capacità di discernere il vero dal falso, e quindi presuppone la libertà, intesa come possibilità di pensare diversamente (nel senso di pensare diversamente dal pensiero falso). Se però l’agente è in tutto e per tutto determinato dalla sua costituzione materiale (biologica), nella sua interazione con l’ambiente, allora l’agente stesso non può accedere alla verità più di quanto lo possa fare una formica o un’ape, insetti sociali dai comportamenti assai sofisticati, ma estranei alla dimensione dell’accesso alla verità.
Si noti che la domanda sul libero arbitrio non è equiparabile a una qualsiasi altra domanda sullo stato delle cose (per esempio, quanti siano i satelliti naturali del pianeta Marte). Nell’esplorare tale stato, data la non accertabilità del rapporto fra la nostra conoscenza della realtà e la realtà secondo un sistema conoscitivo diverso dal nostro, noi dobbiamo prescindere da quest’ultimo, ed accontentarci di affermare una determinata verità (per esempio, i satelliti naturali del pianeta Marte sono due) entro i limiti del nostro orizzonte conoscitivo. Orizzonte in cui la libertà del pensiero non solo è da noi percepita come reale (e non ci riesce di percepire diversamente), ma è anche il presupposto e il fondamento di tutte le nostre affermazioni che cercano di afferrare secondo verità il predetto stato delle cose. Quando invece ci interroghiamo sulla libertà del pensiero (e di ogni conseguente azione) poniamo una domanda che, esigendo di valutare il nostro sistema conoscitivo nel suo fondamento, invade il terreno di un sistema conoscitivo diverso dal nostro, soltanto dalla prospettiva del quale sembra possibile rispondere alla domanda (sul tema dell’uscita dal sistema di riferimento tornerò più avanti, nel n. 3).
Nulla cambia se assumiamo per vero il profilo di un universo indeterministico (profilo della casualità). In tale contesto tutto è retto dal caso. Quindi anche la nostra risposta “non siamo liberi; il libero arbitrio non esiste” non è frutto di un accertamento secondo verità dello stato dei fatti, bensì è conseguenza casuale di una certa configurazione caotica degli elementi costitutivi dell’universo. Una risposta dettata dal caso non garantisce alcun accesso alla verità: lo stato effettivo delle cose, sulla questione della libertà, risulta anche in questa configurazione (quella del mondo indeterministico) del tutto inattingibile. Il discernimento del vero dal falso è ancora una volta impossibile, per un difetto costitutivo dell’ambiente logico in cui la risposta è fatta nascere.
- Il SI
Apparentemente la risposta SI (“siamo - almeno in parte - liberi; il libero arbitrio esiste”) non dovrebbe incorrere nel problema appena visto, perché una mente libera dal determinismo attinge la sua conclusione dopo un autentico esame di come stanno le cose (come accennato sopra, l’idea di saper distinguere il falso dal vero si fonda sul presupposto di essere liberi di scartare un pensiero falso e di accettare il diverso pensiero che invece ci appare vero, a proposito di un certo stato delle cose).
Qui però l’impossibilità logica di dire “non siamo - neppure in parte - liberi; il libero arbitrio non esiste” (analizzata nel paragrafo precedente) ha effetti dirompenti anche sulla risposta affermativa, data dall’agente che si ritiene libero. Infatti, lo sgretolamento della risposta negativa non solo imbavaglia il determinista, imponendogli un drammatico silenzio sulla domanda inerente il libero arbitrio, ma travolge la domanda stessa in quanto distrugge il presupposto perché una domanda abbia senso. Una domanda autentica presuppone in qualche misura una non conoscenza in merito all’oggetto della domanda stessa. Tale ignoranza, a sua volta, presuppone che la mente si configuri (sempre sul piano, astratto, della pura logica) una pluralità di possibili risposte alla domanda, dinanzi alle quali deve ricercarsi quale sia quella corretta (risposta corretta che potrebbe anche essere diversa da tutte quelle in concreto immaginate dall’agente, ma ciò dipende soltanto da un contingente difetto di immaginazione). Pertanto, una domanda ha senso quando sono logicamente ammissibili almeno due risposte. Ciò non vuol dire che entrambe le risposte siano corrette; anzi, perché la domanda abbia senso deve esistere (in astratto) almeno una risposta logicamente possibile ma in verità scorretta, e almeno una risposta logicamente possibile e in verità corretta. Una domanda che fin dalla sua proposizione non ammetta (in astratto) che una sola risposta non è una domanda perché non spalanca la mente sopra la necessità di risolvere alcuna incertezza (poi, in concreto, la risposta corretta è una sola, ma ciò viene dopo, a valle della domanda, e non riguarda la sua struttura logica, bensì la natura delle cose nel loro specifico esistere). Torniamo al libero arbitrio. La possibilità di affermare che “siamo liberi; il libero arbitrio esiste” presuppone la possibilità (astratta e, in ipotesi, scorretta) di affermare che “non siamo liberi; il libero arbitrio non esiste”, perché se mancasse la seconda possibilità la domanda stessa non avrebbe più senso, in quanto sarebbe priva di un oggetto da chiarire, sarebbe priva della necessità di eliminare una o più delle soluzioni logicamente possibili, ma fra di loro incompatibili, da fornire in risposta alla domanda stessa.
Pertanto, se difettasse la dicibilità stessa dell’assenza del libero arbitrio che rango avrebbe la domanda sulla sua presenza o assenza? Un rango molto diverso da quello di una qualsiasi ordinaria domanda sullo stato delle cose, perché verrebbe meno il presupposto logico della possibilità di incertezza fra due o più soluzioni tutte in astratto plausibili. In altre parole, la domanda “quanto fa 2 + 2?” ammette in astratto una pluralità di risposte, e questo la rende una domanda sensata. La nostra domanda sul libero arbitrio, invece, non ammette (per quanto visto sopra) la soluzione negativa, e per ciò solo cessa di essere una domanda proponibile, sotto il profilo della logica che stiamo esplorando.
Eccoci quindi alla grave e paradossale conseguenza: anche l’agente che si ritiene libero, e che vorrebbe affermare “siamo liberi”, come conseguenza della sua ricerca di quale sia il vero stato delle cose in merito all’esistenza del libero arbitrio, è costretto al silenzio. Vi è costretto dall’annientamento della risposta contraria, dal necessitato silenzio del determinista, dal fatto che la risposta negativa (“non siamo liberi”) non è logicamente ammissibile.
Il quesito è esploso perché si rivela privo della possibilità di una pluralità di risposte tutte in astratto logicamente ammissibili; la domanda risulta priva di senso logico perché la risposta negativa è inammissibile, e in conseguenza di ciò la domanda stessa muta natura, non ha una struttura che la possa far accettare come domanda dotata di significato.
Eppure la domanda continua a formicolare nella nostra mente. Siamo finiti in una situazione paradossale.
- Il Paradosso
La situazione è paradossale perché il pensiero che riflette su sé stesso si scontra con i limiti logici dell’autoreferenza, dimostrati (con riferimento ai sistemi formali, tipo la matematica) da studiosi di logica nel corso del XX secolo (primo fra tutti, Kurt Gödel). Si scontra quindi con l’impossibilità di rispecchiare integralmente e perfettamente le strutture del complesso cervello/mente con i simboli che ne sono il risultato. Si scontra con l’indecidibilità di una certa categoria di domande sul sistema (un qualsiasi sistema formale) poste col linguaggio e con le regole del sistema stesso. Si scontra con l’incompletezza di tutti i sistemi, dalla matematica al nostro cervello, e con la conseguente regola dell’inammissibilità di un’autorappresentazione completa e veridica del sistema senza uscire dal sistema di riferimento. Siamo di fronte al problema del soggetto che pensa se stesso: l’autoriflessione perfetta e integrale è impossibile.
Ora, mentre per esempio con la matematica possiamo sempre costruire dei meta-sistemi, nei quale rendere decidibile una domanda relativa al funzionamento di quel sotto-sistema (inglobato nel meta-sistema) al cui interno la domanda stessa non sarebbe stata decidibile, questo col cervello umano (almeno per ora) non si può fare.
Non possiamo uscire dalla nostra grammatica cerebrale e dalle leggi di funzionamento dei neuroni, con la conseguenza che certe domande sul funzionamento del complesso cervello/mente non sono decidibili dal complesso stesso.
Una di tali domande è quella sul libero arbitrio.
Pertanto, non è vero che la domanda sul libero arbitrio della specie umana non abbia senso in assoluto. Essa non ha senso all’interno del sistema cervello/mente umano. In un sistema diverso, più potente di quello umano, la domanda sarebbe del tutto sensata, ed avrebbe quindi anche (almeno) una risposta corretta e (almeno) una risposta scorretta (un’ipotetica pluralità di risposte corrette significa che la domanda originaria può a sua volta essere scomposta in domande più raffinate e più specifiche, fino al momento che ogni singola sotto-domanda ammette soltanto una sotto-risposta corretta).
Di qui l’immenso dibattito filosofico succedutosi nel corso dei secoli. Di qui una sensazione paradossale. Di qui l’impasse.
- La felicità
Certamente tutti noi sperimentiamo ogni giorno la sensazione di essere (in alcuni dei nostri stati mentali) dotati di libero arbitrio, e ci comportiamo di conseguenza. Tale sensazione è insopprimibile e sta a fondamento dell’intero consorzio umano. Sta a fondamento della scienza; sta a fondamento del diritto e delle relazioni etiche fra gli uomini; sta a fondamento dei nostri continui dilemmi, delle preoccupazioni e delle ansie, dei momenti felici come di quelli infelici. Per quanto numerosissimi siano i nostri atti quotidiani automatici e robotici, non coscienti, tuttavia residua l’impressione che vi siano nella nostra vita pensieri e azioni che sono da noi stessi deliberati, e che se anche rappresentassero soltanto l'1% del tutto sarebbero comunque decisivi, perché relativi alle situazioni più importanti.
Viceversa, un mondo in cui fossimo convinti di essere degli automi deterministici sarebbe molto, molto diverso; così diverso che risulta perfino difficile immaginarlo.
Resta quindi immortale, inesauribile, la storica domanda, quella sull’esistenza del libero arbitrio, che impegna tante menti da così tanto tempo, e che sembra anch’essa insopprimibile.
Ebbene, v’è (almeno) un modo di trattare una domanda così intrattabile, come quella sul libero arbitrio, ed è quello della consapevolezza ipotetica.
Consapevolezza vuol dire essere coscienti che la domanda non può avere una risposta; non può essere gestita allo stesso modo delle domande ordinarie, quelle che hanno senso, che vertono su questioni decidibili all’interno del sistema nel quale tali questioni vengono poste (è una posizione simile a quella che, in campo teologico e relativamente a Dio, viene avanzata dall’apofatismo).
L’atteggiamento ipotetico vuol dire che mi pongo dinanzi al quesito, oltre che con tale consapevolezza, con atteggiamento di contemplazione esistenziale delle due ipotesi: “siamo liberi” oppure “non siamo liberi”. E mi dico: anche se non lo posso conoscere, c’è il modo in cui stanno le cose; non lo determinerò mai, ma so che esiste. Posso essere libero; posso non esserlo: entrambi i due scenari sono vertiginosi e suscitatori di meraviglia.
a) Lo scenario dell’assenza di libero arbitrio
Se “non siamo liberi”, allora davvero nulla ci può preoccupare. La sensazione che determinate scelte, e le loro conseguenze, dipendano da noi è una grande illusione.
Un’illusione sorta perché funzionale al buon adattamento della specie umana. Funzionale, in particolare, alla costruzione di quella “super-socialità” che caratterizza l’essere umano. Una super-socialità in base alla quale abbiamo costruito reti di relazioni molto complesse, che si reggono sul senso di responsabilità delle persone (e sul sistema che sanziona l’insufficienza di tale senso), che a sua volta si fonda sull’illusione del libero arbitrio. Tutti gli animali sviluppano modalità cognitive idonee a fornire loro il miglior adattamento all’ambiente e non mirate a formare una percezione completa e veritiera del mondo. Così anche nella specie umana l’illusione del libero arbitrio, strettamente collegata come è all’autocoscienza, serve alla costruzione di comunità che funzionano grazie a un controllo non sempre diretto (come invece accade nelle comunità degli altri primati, soggette al controllo, diretto e visivo, degli individui dominanti). Il controllo indiretto, che permette strutture sociali molto complesse e basate sulla cooperazione, è mediato dall’interiorizzazione individuale delle regole sociali, per la quale è di fondamentale importanza l’illusione della libertà, col conseguente senso di responsabilità, e con la cascata di emozioni sociali che ne derivano e che ci caratterizza (vergogna, orgoglio, colpa, invidia, compassione, gratitudine, ammirazione, indignazione, disprezzo, ecc.).
Viviamo quindi in uno stato di immenso inganno, in cui la sensazione di autocoscienza che ci pervade (qualunque sia la sua origine e la sua funzione) ci trascina a vederci come agenti causali, autori liberi (e moralmente responsabili) di alcune delle nostre azioni, quando siamo invece soltanto delle macchine biologiche, non arbitri del nostro destino più di quanto lo siano le cellule del nostro corpo.
Ferma l’insopprimibile necessità di tale illusione, nei momenti in cui essa viene contemplata come tale tutto si riappacifica. Sentirsi pedine di un gioco molto più grande, che non possiamo in alcun modo dominare, è pacificante. Se davvero immersi in tale prospettiva, e in modo contemplativo, si percepisce la possibilità, e la profonda sensatezza, di prendere tutto per come viene, nella buona e nella cattiva sorte.
b) Lo scenario della presenza di libero arbitrio
Se invece “siamo liberi”, allora siamo protagonisti di una vicenda straordinaria, quasi divina. La specie animale cui apparteniamo, infatti, è causa prima di alcune delle innumerevoli catene causali che determinano il corso attuale di questo universo. Causa prima! Come lo è la divinità nelle varie concezioni che l’uomo ha elaborato della divinità stessa. Come lo è la fisica-chimica del complesso materia/energia nella concezione scientifica attuale dell’universo.
La volontà cosciente, non del tutto dipendente da stati della materia neuronale, si eleva a agente causale, in determinati contesti, essendo l’origine di azioni che non hanno altra spiegazione se non quella che si riconduce al libero arbitrio dell’uomo. Siamo di fronte alla causazione mentale: il “non fisico” che dà origine al “fisico”; il “non fisico” che introduce nell’universo più energia di quella già presente sulla base del complesso materia/energia, di natura fisica, che si ritiene comporre il tutto. Il mondo degli effetti fisici cessa di essere causalmente chiuso e si apre in una sua parte, per quanto piccola, ad un autentico demiurgo, l’uomo. Le attuali leggi fisiche fondamentali sono messe a dura prova. È uno spalancamento sull’oltre: oltre i vincoli della biologia, oltre i vincoli della materia. È una prospettiva vertiginosa.
L’uomo, grazie al libero arbitrio, potrebbe essere alle soglie della liberazione della specie dalle leggi dell’evoluzione, e potrebbe diventare padrone del proprio destino. Un’utopia con immense ricadute in campo religioso, politico, sociale, scientifico.
Pensieri di tal fatta hanno anch’essi una grande capacità pacificatrice. Le beghe personali, oppure quelle socio-politiche della nostra comunità civile, impallidiscono di fronte all’immensità del significato profondo dell’esistenza del libero arbitrio. La loro importanza, che quando le guardiamo da vicino ci sembra centrale, e ci domina, in una prospettiva siffatta svanisce, diventa perfino ridicola. Se siamo liberi, ci si apre davanti un mondo di possibilità di trascendimento degli attaccamenti quotidiani la cui percezione è anch’essa al contempo rasserenante e energetica.