Il comportamento sessuale della specie umana
La cronaca abbonda di notizie relative alle molestie sessuali dei maschi sulle femmine della specie umana, ivi comprese le violenze all’interno della famiglia. La storia dei conflitti umani è piena di narrazioni di stupri e di altre violazioni ad opera degli uomini sulle donne, a latere delle vicende propriamente belliche. La pornografia e la prostituzione, a loro volta, sono industrie con un solo genere di clienti: i maschi (esiste una loro versione rivolta alle donne, ma è del tutto marginale). Per il gesto estremo si è perfino coniato un termine specifico: femminicidio.
Il comportamento a sfondo sessuale dei maschi è fonte per il genere umano di una quantità di sofferenza che appare superiore a quella generata dal comportamento femminile, e se ne scorge meglio la portata se non si limita lo sguardo ai soli atti violenti, ma si abbracciano anche i traumi delle famiglie disgregate dai tradimenti sessuali.
Le aggressioni di natura sessuale dei maschi sulle femmine, oppure le avventure sessuali extraconiugali, sembrano frutto dell’insoddisfazione, nella vita ordinaria, dell’appetito sessuale. V’è inoltre una richiesta di fedeltà, nelle relazioni sentimentali fra i sessi, che si traduce in un patto in tal senso, che poi i maschi più delle femmine sentono faticoso rispettare. Nella nostra società si professa uno spirito liberale nei confronti dei comportamenti sessuali, ma di fatto all’interno della coppia (qualunque sia il grado della sua formalizzazione, e qualunque sia l’età dei partner) si esige la più stretta fedeltà sessuale, e sono molto rare le relazioni che non si fondano sul relativo patto (esplicito o implicito). Ne consegue un desiderio di sessualità represso, soprattutto nei maschi, che poi trova sfogo in modi variamente truffaldini, oppure violenti, che risultano inaccettabili.
Assumo in questo contributo che i maschi siano più sessuofili delle femmine. Vi sono molte ricerche serie che depongono in tal senso. “Nei maschi, i centri cerebrali correlati al sesso sono circa due volte più grandi delle strutture analoghe nel cervello femminile. … gli uomini hanno in mente il sesso più delle donne: avvertono una pressione nelle gonadi e nella prostata se non eiaculano spesso; hanno uno spazio cerebrale e un potere di elaborazione di fantasie sessuali doppio rispetto alle femmine” (Louann Brizendine, “Il cervello delle donne”, Rizzoli, 2010, pag. 125). In D.M. Buss, “Psicologia evoluzionistica”, Pearson, 2016, p. 128 e ss. si trovano citati numerosi studi interculturali che attestano: (i) che i maschi desiderano un numero più elevato di partner sessuali; (ii) che i maschi hanno desideri e pulsioni sessuali più frequenti; (iii) che i maschi hanno maggiore propensione ai rapporti sessuali occasionali (con parallelo abbassamento delle richieste nella scelta del partner).
È un dato di fatto fisiologico che gli uomini hanno scariche ormonali specifiche (testosterone) ogni volta che vedono una bella donna che impediscono loro di non desiderarla, nonostante che essa non sia quella con la quale è stato contratto il patto di fedeltà. Sfido chiunque abbia accettato un patto di fedeltà sessuale con una donna ad affermare in onestà di non aver mai sentito il desiderio di violare tale patto. A ciò si aggiunga che non è affatto scontato che all’interno della coppia la donna sia sempre in grado di assecondare in modo libero e spontaneo i desideri dell’uomo. Vuoi per effetto del ciclo mensile, vuoi per gli inevitabili momenti di incomprensione e di tensione psicologica, vuoi per i correlati sessuali delle gravidanze e delle nascite dei figli, l’uomo in certi momenti, pur non desiderando altra donna che la propria compagna, può trovarsi nell’impossibilità di soddisfare il proprio livello minimo di attività sessuale indispensabile al benessere psicofisico.
I maschi sono quindi stretti tra la repressione (in certe occasioni) della pulsione sessuale e i sensi di colpa per la commessa violazione del patto di fedeltà (a parte i sensi di colpa di chi non sia riuscito a sottrarsi ad atti di molestia).
Perché?
Perché viviamo in culture che, in modi anche molti diversi fra loro, tutte operano una limitazione degli istinti sessuali dei maschi, tramite la morale sessuale.
Il punto centrale è che la sessualità non è un fatto (solo) privato, bensì è un fatto di grande rilievo per la collettività intera: un fatto di rilievo pubblico. Tanto è vero che non si conosce una sola cultura umana che non si occupi di regolare, con la morale sessuale (e poi anche con il diritto), la vita sessuale dei suoi membri.
Sessualità vuol dire, prima di tutto, procreazione. La procreazione è il perno sul quale si fonda il successo di una specie animale: è mai pensabile che una qualsiasi specie non curi al massimo (con i mezzi particolari delle propria presa sul mondo) le regole delle modalità riproduttive? Certo che no, e la specie umana non fa eccezione.
Le regole di base dei mammiferi, ereditate da tempi antichissimi, con le quali la specie umana ha dovuto fare i conti, sono le seguenti:
(i) la femmina può generare (nel corso della vita) molti meno figli del maschio, e quindi ha un investimento parentale nei figli molto maggiore del maschio;
(ii) in conseguenza di ciò, la femmina deve essere molto selettiva: sbagliare partner ha effetti molto più negativi che per il maschio;
(iii) oltre una certa soglia, alla femmina l’aumento delle relazioni sessuali non comporta alcun vantaggio riproduttivo (durante la gestazione e in parte durante l’allattamento essa non è fertile; la capacità di procreare viene meno a seguito della menopausa);
(iv) il maschio, al contrario, ha un’opportunità riproduttiva ad ogni relazione sessuale, e quindi trae vantaggio dall’avere il maggior numero di relazioni col maggior numero di femmine possibile; di qui, anche, l’alta competizione fra maschi per l’accesso al sesso;
(v) il maschio tende ad un basso investimento parentale: gli preme fecondare la femmina mentre della cura della prole può (in larga parte) disinteressarsi.
Dati tali presupposti ben si capisce come nei mammiferi possa essersi evoluto un istinto sessuale diversificato fra maschi e femmine: ai primi conviene una libido più forte che alle seconde. Che poi l’appetito sessuale sia correlato con la procreazione è dimostrato dall’invincibile attrazione degli uomini per le donne giovani e belle (qualità indicative di fertilità e di possesso di buoni geni e buona salute, e quindi di buone chances riproduttive). Infatti, la soddisfazione della pulsione sessuale, dal punto di vista fisiologico, non necessiterebbe in alcun modo che il partner sia giovane e bello. Il fondamento di tale attrazione sta dunque tutto nello stretto vincolo, fissato in modo inconsapevole nei nostri cervelli, fra desiderio sessuale e riproduzione della specie.
Su queste basi comuni la specie umana ha introdotto una propria caratteristica: il prolungamento della cura della prole. I nostri piccoli impiegano molto più tempo a diventare adulti (in proporzione alla durata della vita) che qualsiasi altro animale. I nostri cervelli sono diventati più capienti che in qualsiasi altro animale, e possono (e debbono) essere riempiti di “cultura”. Ma per far ciò ci vuole tempo ed energia (degli educatori): il tempo, appunto, è aumentato con il prolungamento della durata dell’infanzia e dell’adolescenza; l’energia è aumentata facendo ricorso anche a quella fornita dai maschi.
Ecco la grande innovazione adattativa: aumentare l’accudimento della prole prolungando il periodo che precede l’età adulta e attingendo anche all’energia dei maschi, sia per procurare risorse alimentari e di sicurezza alla famiglia, sia per educare direttamente i piccoli. La specie umana fonda il suo successo adattativo sulla cultura. Per acculturare la prole occorre farla crescere piano piano, ammaestrarla sapientemente, e accudirla (fornendole tutte le risorse di vita) per molto tempo. Tutto ciò richiede risorse, e se tali risorse possono essere incrementate, aggiungendo anche quelle del maschio, è molto meglio. E così è stato. Inoltre, quanto più la cultura è complessa, tanto più si allunga il periodo di addestramento (e mantenimento) dei giovani, così che nella nostra società attuale questo può perfino superare i venticinque anni.
Però per coinvolgere il maschio occorre dargli una certezza: quella della paternità. Non ha senso (biologicamente) impegnarsi per una prole che non è la tua. E lì sorge un grande problema: “mater semper certa est, pater numquam”. Ebbene, tutta la morale sessuale dell’umanità di tutti i tempi può essere letta (e capita) alla luce della ricerca di una soluzione di tale problema.
Pur con tante varianti culturali, la soluzione passa per la fidelizzazione della coppia, attraverso la creazione di un legame psicologico intenso, che renda accettabile per la donna (anche se non sempre desiderato) il fatto di avere in età fertile un unico partner sessuale (unico modo per dare certezza della paternità). Ciò comporta inoltre una tendenziale monogamia anche per l’uomo, dato che l’impegno richiesto dai figli generati con una sola donna esaurisce in gran parte le sue possibilità di accudimento. Infatti anche nelle culture poliginiche, di fatto, prevale la monogamia, perché pochi uomini hanno le risorse materiali per mantenere in modo appropriato una pluralità di famiglie.
La tendenziale monogamia maschile è anche una conseguenza della monogamia femminile, allorché si voglia consentire un accesso alla riproduzione al maggior numero di maschi (cosa che pare vantaggiosa perché aumenta la varietà genetica della specie). Infatti, se la femmina deve essere monogamica, l’unico modo di avere maschi poliginici sarebbe quello di consentire che alcuni maschi accedano a più femmine, ed altri a nessuna. Cosa che però è altamente produttiva di conflitti (oltre che di minor varietà genetica, anche).
La cultura della monogamia si è sviluppata in poche decine di migliaia di anni, un tempo più che sufficiente per creare istituzioni e comportamenti sociali idonei a dare ragionevole certezza della paternità, ma non sufficiente a cambiare gli istinti biologici che ereditiamo dai nostri antenati mammiferi. Del resto, proprio la “culturalità” della nostra specie ha come sua caratteristica quella di consentirci di superare alcuni vincoli biologici in tempi molto più rapidi rispetto a quelli dettati dall’evoluzione naturale, con la conseguenza di renderci adattabili alla gran parte delle nicchie ecologiche del pianeta.
Così, il maschio di homo sapiens si è trovato coinvolto in un’operazione culturale (decisiva per la specie) che ha dovuto forzare la sua natura biologica: reprimere il desiderio innato di fecondare ogni femmina che gli capita a tiro, e dedicarsi a una sola famiglia (o poco di più). Quel desiderio è frutto di scariche ormonali che la cultura finora non ha saputo sopprimere (fatta eccezione per la castrazione chimica, cui però ben pochi accettano di sottoporsi). La conseguenza è una frustrazione sessuale maschile superiore a quella femminile. Certo, la cultura ci mette tutto il suo arsenale per lenire la frustrazione, e tutto sommato le varie società hanno trovato dei ragionevoli compromessi, e i maschi possono non avere tanto da lamentarsi. Si pensi, in questa ottica, alla cultura dell’abbigliamento femminile nel mondo islamico: tutta mirante a nascondere all’uomo il fascino delle forme femminili, al fine di non eccitarlo sessualmente (in certi casi l’abbigliamento è così costrittivo che funziona anche come forma di limitazione degli spostamenti delle donne, ma sono casi tutto sommato marginali: niqab in Arabia Saudita; burqa in Afghanistan).
In questo contesto conviene accennare al complesso intreccio fra sessualità, innamoramento e amore. Partiamo dal dato che le risorse affettive di una persona sono limitate, così come limitata è la possibilità della sua presenza fisica. Pertanto se l’affidamento nella disponibilità del maschio (in termini di aiuto e sostegno psicologico e materiale) ha un valore, tale valore implica che la disponibilità sia mono-diretta, vale a dire dedicata a una sola persona e a una sola famiglia. Il tutto in favore del miglior sviluppo della prole. Ebbene, non par dubbio che l’innamoramento giochi a favore della monogamia, e che l’amore possa consolidarla. Al contempo l’amore dei genitori è un sentimento costitutivo della loro relazione con i figli (funzionale a generare le energie necessarie per il loro miglior accudimento). È quindi facile costruire correlazioni fra sesso e amore, partendo da quella fra progenie e amore, e quella fra progenie e sesso. Una correlazione attestata dal diffuso costume sociale di concepire il sesso come permissibile, o comunque migliore, se collegato all’amore. Tuttavia, si registra anche il comportamento opposto, e non si vedono ragioni di censurare la pratica sessuale scollegata da un rapporto di amore quanto meno allorché non sia rivolta alla riproduzione.
Resta il fatto che, nonostante le varie pressioni culturali e i condizionamenti psicologici, il problema della libido maschile non è stato risolto del tutto. Gli stupri, le molestie, le violenze domestiche, i tradimenti, le separazioni generate dall’infedeltà maschile, ben noti, stanno lì a dimostrarlo.
La donna a sua volta non ne esce affatto senza sacrifici; e siccome nulla autorizza a sostenere che la sua pulsione sessuale sia sempre soddisfatta con una sola relazione affettiva “per la vita”, la sua monogamia, quando non voluta, è molto spesso imposta. Un solo esempio culturale (fra i tanti possibili): per secoli le legislazioni (compresa quella italiana fino agli anni 70 del XX secolo) sono state tutte sbilanciate nel senso di una repressione molto più pesante dell’infedeltà femminile rispetto a quella maschile (sempre al fine di garantire la maggior certezza possibile della paternità). Molto interessanti, a tale riguardo, le varie discipline normative sul delitto di adulterio e sul delitto d’onore.
Una precisazione: alcuni dei meccanismi sopra descritti non sono consapevoli. Nessuno (o quasi) pensa: “sacrifico una parte della mia libido per avere monogamia e certezza della paternità; e ciò al fine del bene della maggior cura possibile della prole; cosa che, se generalizzata, va a beneficio dell’intera specie umana”. Il tutto si è affermato, nel corso dei secoli, in modo inconscio, allo stesso modo di altre caratteristiche psicologiche umane oggetto di evoluzione darwiniana per finalità/utilità adattative che restano in massima parte nascoste (v. al riguardo il manuale di Buss sopra citato).
Tutta la dinamica sopra descritta è stata implementata da una nuova esigenza culturale, sorta (probabilmente) nel neolitico, e legata alla produzione di un surplus di beni rispetto alle immediate esigenze della popolazione, e al loro accumulo in misura diseguale fra gli individui. È il fenomeno della ricchezza. Il ricco vuole trasmettere i suoi beni ai figli, e per far ciò ha bisogno di essere certo della paternità. Guai ad arricchire i figli di un altro! Quindi, anche sotto questo profilo, la società è indotta a controllare ossessivamente i costumi sessuali della donna.
In questo contesto deve essere considerato l’impatto della contraccezione. È un’innovazione recente perché, se è vero che mezzi contraccettivi sono stati pensati e attuati fin dall’antichità, soltanto con le scoperte degli ultimi 50/60 anni (e soprattutto con la pillola) si può ritenere che la contraccezione abbia assunto un ruolo culturale di grande rilievo. È una vera rivoluzione perché introduce per la prima volta nella storia umana la ragionevole certezza della possibilità di scindere, in modo stabile nel tempo, il piacere del sesso dalla procreazione.
Inoltre, non solo il sesso è stato separato dalla procreazione, ma anche la procreazione è oggi separabile dal sesso. Le varie forme di inseminazione artificiale, per quanto poco diffuse e solo volte a far fronte a patologie nella riproduzione naturale, stanno lì a indicarci un sentierino oramai percorribile, che un giorno potrebbe diventare una strada, e che comunque mostra la piena scindibilità del sesso dalla procreazione.
Le conseguenze sul piano culturale potrebbero essere molto vaste. Se infatti si sviluppasse un mondo in cui la procreazione, e quindi il controllo della paternità, fossero stabilmente scollegati dal sesso, non vi sarebbe più bisogno di segregare sessualmente la femmina, e la morale sessuale potrebbe liberarsi dalla funzione di repressione delle pulsioni. Vi sarebbero soltanto concepimenti programmati (con o senza copula) e la promiscuità sessuale non avrebbe alcuna eco (conscia o meno) sull’universo delle questioni connesse alla generazione dei figli. Gli individui sarebbero liberati dalla pressione sociale verso la monogamia, e il piacere del sesso potrebbe avvicinarsi allo statuto socio-psicologico di altri piaceri, che non soggiacciono alle limitazioni cui invece quello sessuale è sottoposto. Si pensi, per esempio, al piacere della tavola: a nessuna coppia viene in mente di promettersi fedeltà culinaria tale da rendere colpevole qualsiasi piacere del cibo vissuto al di fuori della coppia. Idem per il piacere dei momenti di svago (compresi gli sport) da viversi con amici invece che col partner.
In un mondo siffatto perderebbero il loro scopo istituzioni e costumi volti a perpetuare la monogamia: dalla sessuofobia che caratterizza tutte le principali religioni, al tabù sull’argomento del sesso che informa le conversazioni sociali, a tutte le varie forme di controllo e restrizione del comportamento femminile. Non solo. Perderebbero la loro forza anche istituzioni e costumi che dalla frustrazione sessuale maschile traggono il loro successo: dalla pubblicità che reifica il corpo della donna all’industria della prostituzione e della pornografia.
Tale scenario è però lontano dal venire ad esistenza. Perché contraccezione e inseminazione artificiale sono soltanto due passaggi di un percorso culturale molto complesso, che non è detto che venga mai compiuto fino in fondo.
Intanto, nella situazione attuale, come gestire la questione delle molestie sessuali e della violenza maschile sulla donna? Con la presa di coscienza. Nella mia esperienza, neppure la morte è un tabù della stessa potenza del sesso. La sessualità è un argomento che non trova quasi mai un serio scambio di opinioni né a livello di conversazione fra amici o conoscenti, né a livello pubblico (nei c.d. mass media). Forse il tabuismo, l’omertà sul sesso e l’atmosfera colpevolizzatrice che questi generano, sono funzionali al processo culturale di imbrigliamento (al servizio della famiglia) delle energie della libido.
Di fatto, pur in una società come la nostra, che si autoproclama sessualmente liberata e libera, le informazioni che vengono fornite ai giovani sul complesso mondo delle dinamiche sessuali sono insufficienti, sia in famiglia che nella scuola. Fra maschi circolano sempre le solite battute di sapore machista: nulla che abbia un valore formativo. Non esiste un’adeguata e diffusa consapevolezza, in entrambi i generi, della vasta rete di condizionamenti e pulsioni che regola il campo della sessualità, e la maggior parte delle persone cresce in una sorta di “fai da te” improvvisato e incosciente. Su queste basi è impossibile che le relazioni conflittuali uomo/donna possano trovare una soluzione. Denunciare le molestie non basta, se non si dibatte pubblicamente del terreno di coltura che le alimenta.
Sono numerose le ricerche scientifiche della massima serietà su tutti i temi sopra trattati, ma queste molto di rado trovano spazio al di fuori degli addetti ai lavori. Invece, soltanto con la conoscenza di come funzioniamo, e di come e perché si è giunti a questo stadio evolutivo, sembra possibile compiere un’operazione educativa in grado di infrangere le barriere di incomprensione che ancora possono avvelenare i rapporti tra uomo e donna.
La sfida è enorme perché ci confrontiamo con i nostri vincoli biologici. Siamo animali, non c’è dubbio, ed obbediamo a leggi naturali che ci superano. In numerosi campi (se non in tutti), e certamente in quello della sessualità, le nostre pretese di libertà sono patetiche. Tuttavia, quella strana autoconsapevolezza che ci caratterizza fa intravedere un barlume di speranza di autonomia. È una luce fioca fioca che segna una via stretta, che però non avrebbe senso non cercare di percorrere.