Appunti sul viaggio
Il viaggio: le sue potenzialità sono quelle intere dell’umano, tanto un momento di sviluppo dell’esistenza, quanto uno specchio delle sue bassezze. Ho buttato giù alcune riflessioni sparse e personali, con le quali vorrei esplorare le sue risorse, e offrire spunti perché ciascuno possa farlo autonomamente, in aderenza con la sua idea di pienezza di vita. Ogni grado maggiore di consapevolezza aiuterà a vivere il viaggio, un frammento unico e irripetibile della nostra esistenza, in modo migliore.
I profili che tratterò non sono esclusivi del viaggio; tuttavia esso possiede la peculiarità di condensare in tempi relativamente limitati esperienze importanti e varie.
Si tratta di appunti, sia nella sostanza che nella forma, come tali non sviluppati e non molto coordinati.
1) Relazione
Turista sballottato da un monumento a un panorama, da un ristorante a un albergo; assetato di istantanee. Condizione per me insoddisfacente.
Sento il bisogno di rapporti personali, relazioni “io-tu”, occhi negli occhi; relazioni di reciproco riconoscimento quali soggettività progettuali. Le dinamiche che oggettivizzano le persone sono fonte di tristezza. Nel rapporto “io-tu” c’è valorizzazione della soggettività, dell’ “io” come progetto esistenziale, che ha bisogno di essere riconosciuto dall’altro in modo non strumentale. Importante ma rara è la relazione personale con soggetti diversi dai compagni di viaggio. Anche con riferimento al paesaggio entrare in relazione con l’altro conduce ad ampliare, attraverso il suo punto di vista, la prospettiva (v. sotto, n. 6).
Vorrei essere viaggiatore aperto all’incontro, cosa per la quale il viaggio è un periodo privilegiato perché è in potenza suscitatore di molte occasioni propizie.
Ogni incontro con un nuovo “tu” consente la reinterpretazione dell’ “io” grazie alla luce degli occhi dell’altro. Disincrostamento dalle inevitabili oggettivazioni di noi stessi nel quotidiano. Il problema sorge quando tu sei per l’altro soltanto un ricco europeo cui spillare soldi, e l’altro è per te soltanto un prestatore d’opera. Questa è una sfida del viaggiatore: combattere in sé la propensione allo sfruttamento che nasce dalle necessità materiali; e, ancor più difficile, vincere la medesima disposizione d’animo dell’altro.
Il fascino della ricchezza e del potere ottenuti senza sforzo, come accade quando il turista di un paese industrializzato viaggia in paesi del cosiddetto terzo mondo, laddove è facile sentirsi nababbi. Il rischio del viaggio da neo-colonialista. La ricchezza e il potere come diaframmi che rendono difficile il contatto con la vita, come ostacoli all’incontro con gli esseri umani e con le culture.
2) Avventura del corpo e della mente
Viaggio in parte rischioso: ne va del corpo. Fisicità: puoi rimanerci anche secco. Non scontato negli esiti; non del tutto prevedibile. Messa alla prova, che richiede impegno e concentrazione. Sono diversi i viaggi organizzati dalle agenzie: esse hanno il compito di eliminare il rischio, in funzione di sicurezza e agio.
Il viaggio permette un’intensa immersione nel mondo fisico, elemento tipico delle avventure corporee. Non possiamo fare a meno della dimensione corporea. Non soddisfa l’evasione fantastica e intellettuale; oppure il viaggio vissuto al cinema, in un romanzo o in un bel libro di fotografie: perché non ne va più del corpo. Non può soddisfare neanche la più perfetta delle realtà virtuali.
L’atto del viaggiare ha un valore per se stesso, a prescindere dai suoi scopi. Questo valore può essere cancellato dai viaggi di spostamento, vale a dire i viaggi finalizzati a un obiettivo (qualunque esso sia, dagli affari al concerto rock alla visita di un santuario o di un amico). Quando il fine è precostituito anche il percorso lo può diventare fino al punto di precludere l’incontro con l’inatteso. Anche il pellegrinaggio, per quanto possa valorizzare ogni suo momento, è psicologicamente monodirezionale, è un viaggio strumentale, che subordina l’atto del viaggiare alla finalità.
Invece amo l’incontro del nuovo, del diverso, anche dell’inaspettato. Il grande fascino della novità, intesa come “salto di stato” (v. il mio articolo “Alle origini della felicità”). La lotta contro l’assuefazione e contro l’erosione del nuovo da parte dell’abitudine. Il viaggio come apertura all’imprevedibile. Occorre essere disponibili all’avventura e all’incontro, altrimenti nulla di tutto questo accade. L’inatteso lo si propizia, lo si coltiva.
Diversi quei viaggiatori che trasportano con loro il proprio mondo. La cultura del viaggio di agenzia; l’omogeneizzazione delle catene alberghiere; la “hiltonizzazione” del pianeta: dappertutto sempre la stessa cosa, quel frigo, quel televisore, quelle modalità standard di vivere fuori di casa. Provincialismo ubiquitario. Ovunque i propri oggetti abituali. La negazione della cultura. Assoluta incapacità di confronto; “io” sclerotizzato, imbalsamato. La categoria dell’altro non viene proprio in mente.
La cultura del circuito turistico: è un mondo parallelo ed estraneo al resto della vita locale, fatto di luoghi, oggetti ed esperienze assemblati ad arte soltanto per i turisti. Certo, esso fa perno su qualcosa che preesisteva ai viaggi di massa, ma l’inserimento nel circuito lo trasforma radicalmente dal punto di vista culturale. Per esempio, luoghi e oggetti cessano - del tutto o in massima parte - di servire ad altro che non sia lo sfruttamento economico del turista.
La razionalizzazione dell’industria turistica produce poi un altro effetto, quello dell’omologazione. Che sia il Taji Mahal o Versailles o le Piramidi la struttura formale dell’esperienza è sempre la stessa: indicazioni stradali dedicate - orari di apertura e chiusura - parcheggio (facoltativo) - pagamento del parcheggio (idem) - bancarelle - biglietteria per l’ingresso e relativa coda (in parte evitabile se si è provveduto in anticipo via internet) - cartine informative - percorso con o senza guida - in ogni caso percorso obbligato - calca - fotografie e selfie - uscita con annesso negozio di oggetti per turisti - altre bancarelle - parcheggio (facoltativo). Qualcosa di analogo accade ormai anche per i percorsi naturalistici di maggiore successo, tutti rigorosamente incanalati lungo vie obbligate e variamente assistite.
L’omologazione maggiore però è un’altra, di natura psicologico-esistenziale: tutto intorno a noi è costruito per comunicarci che proprio questa visita è fondamentale, che proprio questo luogo è tra i più belli al mondo, che essere lì è proprio la cosa migliore che avremmo potuto fare, e che noi siamo felici proprio perché la stiamo facendo.
La preparazione: consente la massima appropriazione esistenziale del viaggio. Ciò non accade in caso di eteroideazione e eteroorganizzazione.
La conoscenza: si vede solo quello che si sa.
Ho già accennato alla distinzione tra vedere oggetti e incontrare soggetti. Ebbene, il rapporto soggetto-soggetto può essere propiziato. Cambia molto se si ha la possibilità di andare in casa dell’altro, di essere introdotti nel paese direttamente dai suoi abitanti, come ospite (quel che avveniva sempre prima del turismo). Prepararsi a un viaggio del genere è faticoso perché richiede di tessere relazioni, cercare agganci, scovare punti di collegamento, tutte cose che assorbono energia e tempo.
La preparazione fisica: la cura quotidiana del proprio corpo è l’unica via per potergli chiedere, qualche volta, prestazioni non consuete.
La fantasia anticipatrice: tanto più viva quanto maggiore è stato il nostro coinvolgimento nella preparazione del viaggio. L’aspettativa e l’incertezza se tutto andrà come immaginato e desiderato. Le emozioni della partenza, del “si parte davvero”, dei momenti che la precedono, del primo raduno (il vedere che anche gli altri compagni di viaggio partono).
La stanchezza e la fatica; l’abbrutimento; i propri limiti fisici (il “non ce la faccio più”). La paura, lo spavento, l’incertezza.
Viaggio come pulsione irrazionale, frutto di un’invincibile inquietudine che pervade l’esistenza degli esseri umani. Ho l’impressione che si tratti di quella stessa esigenza interiore che ha spinto la nostra specie a uscire dall’Africa agli albori della sua esistenza, quando per la mera sopravvivenza non ce ne era alcun bisogno, e piano piano a colonizzare tutto il pianeta.
3) Vastità del mondo e limiti
La conoscenza delle diversità. Usciamo dalle nostre piccole contrade e vediamo quanto grande e vario è il mondo. Vediamo scenari inconsueti; vediamo l’altro da noi, lo vediamo vivere per davvero. Tale conoscenza non è egualmente raggiungibile attraverso uno sforzo intellettuale e immaginativo. Camminare in una strada di Delhi, dove tutti sembrano dappertutto, sentire i suoi rumori e i suoi odori. Toccare con mano.
Dopo qualsiasi viaggio in paesi lontani è difficile - se non si è rimasti tutto il tempo chiusi nel bunker del villaggio turistico - tornarsene a casa e continuare a pensare che il mondo si esaurisca nei problemi che ci circondano. Questa esperienza può essere attinta anche durante un c.d. viaggio organizzato: ciò che cambia è l’intensità, e la sua gamma di variazioni è grande e si estende in una dimensione continua e non discreta.
La lontananza dal nostro ambiente consueto ci libera dalle sue costrizioni. Tuttavia altri vincoli emergono. I bisogni della nostra fisicità: cosa e dove mangiare, dove dormire, come spostarsi; tutti problemi che spesso nel quotidiano qualcun altro assolve per noi. I disagi legati alle difficoltà di soddisfare tali bisogni. Si tratta di un limite. Ciononostante siamo pervasi da un senso di libertà.
L’insieme dei vincoli del viaggiatore restituisce il mondo nella sua pienezza; è “riassuntivo” dei limiti dell’umano, all’interno dei quali io posso e devo fare delle scelte. La libertà non è assenza di vincoli (cosa irrealizzabile), ma la possibilità di scegliere avendo avuto accesso a un complesso di esperienze ben rappresentativo della totalità dell’umano. In tal modo è permesso muoversi con la massima consapevolezza fra i tanti limiti che ci circoscrivono.
Il viaggio consente una gamma molto vasta di avventure ed occasioni, e la possibilità di scelta - in mezzo ai vincoli - alla stregua dei valori dettati dall’esperienza normativa (sulla quale v. sotto, n. 5).
4) Presa di conoscenza di sé e degli altri partecipanti
Occasione di autoconsapevolezza.
Il viaggio solitario, l’esperienza della solitudine e dell’altrove: riemersione dei contenuti spirituali che sono in noi (già sorti, già da noi creati, in tutt’altro contesto), e loro rielaborazione. Percorrere una strada brulicante di persone, suoni, rumori, odori; oppure un altopiano deserto e battuto dal vento: un mondo dove la tua faccia non è prevista, dove la tua scomparsa non stupirebbe nessuno, nessuno ti aspetterebbe per cena.
Racconto e comunicazione di se stessi. Quello altrui, quello proprio.
La reinterpretazione di se stessi e della propria vita negli incontri casuali. Il fascino del raccontarsi allo sconosciuto, di far emergere quel che di noi di solito - per circostanze sedimentate nel tempo e nella routine - rimane tarpato. L’inoggettivabilità dell’ “io” e il fatto inevitabile che il mondo quotidiano ci oggettiva, che le persone che hanno consuetudine con noi a volte ci imbrigliano in una camicia di forza: nel viaggio è consentito strapparsela di dosso. Però c’è anche il rischio di presentare un sé fittizio, frutto di fantasia e velleità.
La reinterpretazione di se stessi tra compagni di viaggio. Nel regno del diverso può crollare il timore di presentarsi diversi, di mettere a nudo qualcosa di noi che “a casa” sarebbe o sconveniente, o troppo intimo, o comunque senza occasione, perché “a casa” le occasioni sono consolidate, ripetute, sempre le stesse, ed è molto difficile comportarsi in modo nuovo.
Il viaggio potenzia le opportunità di auto-valorizzare lati nascosti della nostra personalità. Anche per questo può mutare il reticolo dei ricordi: è soggetto ai nuovi fasci di luce che gettiamo sulla nostra vita. Maggiore aderenza all’essenziale. Non appartenenza al ruolo: nel viaggio ti puoi spogliare dei ruoli (prima di tutto, quello professionale).
Il viaggio di famiglia, occasione per vivere assieme intensamente, liberi i genitori dalle incombenze del lavoro, liberi i figli da quelle dello studio e delle attività collaterali. Occasione, ancora una volta, per mostrare di se stessi qualche lato che fra le mura di casa resta nascosto.
5) Esperienza normativa
Situazione esistenziale in cui si esperiscono tutti quei pochi valori fondamentali del vivere, e simultaneamente. La loro esperienza concomitante li mette in ordine secondo il giusto grado (per esempio, durante un trekking). È un modo di fondare la morale. Creazione di ordine autentico. Percezione e riaccostamento a ciò che è essenziale. Importante, per questo aspetto, che il viaggio sia comunitario. Fra i compagni di viaggio si creano nuove relazioni affettive e tutte le dinamiche connesse. Dalla creazione naturale dell’ordine delle cose consegue la percezione immediata di ciò che è bene.
6) Il paesaggio e la natura. L’arte
Non esiste una rappresentazione oggettiva del paesaggio. Esistono tanti paesaggi quanti “vissuti” storici che li esperiscono. Conta il rapporto con l’altro: la relazione “io-tu” conferisce al mio sguardo sul paesaggio nuova luce, una prospettiva diversa per ogni “tu” con cui riesco a condividere il percorso. Quante volte da solo in montagna ho intavolato dialoghi immaginari con le persone a me care, per condividere le emozioni generate dall’ambiente circostante e per generarne altre.
Anche il viaggiatore solitario desidera comunicare le proprie emozioni e crea a tal fine legami estemporanei.
Percezione della natura come principio di vita, sostanza che informa l’ordine delle cose e nella quale ci si può abbandonare. Percezione del nostro inserimento nell’ordine naturale: rispetto, rilassamento, spaesamento, venerazione. Vicinanza al, consuetudine col, e apprezzamento del corpo e degli istinti.
La bellezza. Lo spettro amplissimo delle sensazioni che possiamo attingere (dolci, frastagliate, impetuose, minacciose, allegre, soffocanti, …). Il paesaggio non lascia indifferenti, incide sui pensieri e sulle azioni del viaggiatore, suscita in lui valori morali (e così contribuisce all’esperienza normativa: n. 5).
Importante il momento contemplativo. La poesia del paesaggio sta nell’anima di chi lo guarda. Non vi è poesia senza l’emersione, dalla contemplazione così della natura come delle opere dell’umanità, di significati esistenziali profondi: analogie, visioni, suggestioni, reminiscenze volontarie o involontarie.
Mìmesis della mente: ci sentiamo in comunione col mondo che ci circonda - i vasti spazi brulli e montuosi battuti dal vento, la foresta umida e soffocante, il deserto caldo e senza quinte, le onde mugghianti del mare -, ci sentiamo in comunione con il paesaggio intero. La capacità di commozione dinanzi alla bellezza è una qualità della mente: è utile l’esercizio per svilupparla (analogia con l’importanza del sapere per poter vedere). L’armonia della natura si fa armonia della psiche (e viceversa, la devastazione della natura promana da menti deviate, disarmoniche).
Chiunque può esperire poesia dal paesaggio, non soltanto il poeta o l’artista. L’anelito a raccontare la bellezza: vale quanto già sopra scritto sul bisogno di comunicare le emozioni.
L’arte, che tanto guida le mosse di chi viaggia, ha scarso valore se non permea un percorso personale di ricerca del fondamentale, in cui l’opera artistica si inserisca in modo profondo, gettando fasci di luce sul senso dell’esistenza. A nulla serve completare la visita delle sale di un museo, o quella dei musei di una città, con lo spirito con cui si completa una raccolta di figurine o di francobolli.
Bellezza e superamento delle appetizioni e delle passioni. L’esperienza del bello può indurre uno stato d’animo non appetitivo, disinteressato, estroflesso, meno preso dalle pulsioni “piccole”, dai malanni, dalle beghe quotidiane.
7) Quello che non vorrei che fosse, o che non può più essere
a) Non mitico-religioso (miti di fuga).
Il nostro viaggio è laico, senza le finalità dei viaggi in senso lato religiosi (il ricongiungimento con l’Unità; la ricerca del “Graal”; la ricerca dell’indiamento; i viaggi ermetici o gnostici; qualsiasi tipo di ricerca di salvezza ultraterrena; la via verso forme di superamento dei limiti dell’umano). I miti di fuga: rifiuto della condizione umana e della storia.
b) Non mitico-iniziatico (miti di ritorno).
Non itinerario verso l’integrazione sociale con la comunità (allontanamento in un mondo diverso, che si rivela ostile, isolamento e sottoposizione a prove, superamento delle prove e vittoria, ripresa del proprio ruolo nella società). I più importanti miti classici esprimono questa finalità iniziatica (Ulisse, Enea).
c) Non esplorativo.
Senza finalità euristico-scientifiche (aumento di conoscenza). Occorre fare sforzo immaginativo per capire quanto fosse diverso il viaggio esplorativo fino al XIX secolo. Oggi non c’è più quello spazio da esplorare. È diversa, per esempio, l’esplorazione della piccola valletta laterale di un qualsiasi ben noto percorso montano: ha un valore interiore, di intima compenetrazione nell’ambiente, non di espansione di conoscenza per l’umanità, non di rottura dell’ignoto (cfr. Colombo, Magellano, ecc.).
Si tratta di viaggio che non può più comportare alcuna violazione della “geografia teologica”, simbolica e metafisica, dettata dalla cultura antica e medievale. Tale cultura creava un insieme di remore e di ostacoli mentali all’esplorazione. La geografia non era un dato dell’esperienza, ma un dato dedotto da principi mitici, religiosi e metafisici. Il dramma del trapasso alla geografia sperimentale non ci riguarda più. Fu invece diverso, e per noi difficile da concepire, il viaggio mentale dei “Marco Polo”, l’audacia psicologica dei primi esploratori, per la violazione della geografia teologica che li vincolava in una camicia di forza dell’immaginazione.
8) Solitario o comunitario
Valore del viaggio solitario. Il viaggiatore solitario è più aperto, attivamente e passivamente, all’incontro, all’avvicinamento dell’altro.
Il viaggiatore solitario intensifica l’esplorazione della propria interiorità e lo sfruttamento di tutte quelle condizioni (a tal fine) agevolatrici create dall’esposizione all’inconsueto.
Il viaggiatore solitario, tuttavia, può sentirsi scontento della piattezza delle relazioni che facilmente instaura con altri viaggiatori, allorquando i discorsi vertono sempre sugli stessi argomenti (principalmente luoghi visitati o da visitare, cose da fare). La difficoltà di creare un rapporto profondo con persone conosciute da poco.
9) Realizzazione (nel senso di “rendersi conto che”)
Come le altre situazioni di esposizione esistenziale, di rottura del consueto, di apertura all’inatteso, il viaggio può essere origine di profonde percezioni del senso della propria esistenza, di trasalimenti di stupore sulla propria vita o sul mondo. Il viaggio propizia l’esperienza del “davvero rendersi conto che …” (in inglese, “to realize”). Quella speciale emozione che si ha, per esempio, quando davvero ci rendiamo conto che moriremo, oppure che avremo un figlio, oppure che qualcosa cui teniamo non la rifaremo mai più, e così via. Si tratta di uno stato mentale che le abitudini quotidiane possono invece soffocare o ridurre a intuizione molto rara.
10) Contemplazione e consapevolezza, o il loro contrario
I molti possibili momenti di stress e la calma del viaggiatore consapevole, che evita che qualsiasi intoppo, tipo la foratura di una gomma del camion, procuri nervosismo. Ogni momento di isteria dinanzi ad uno dei sicuri contrattempi è cartina al tornasole dello stato insoddisfacente del proprio animo. Se maggiore è la nostra immedesimazione nell’ hic et nunc, maggiore sarà la comprensione e la valorizzazione di qualsiasi incontro (del paesaggio come delle culture e delle persone), minore sarà l’esposizione alla frustrazione delle aspettative e alla conseguente lamentela.
L’accecamento della percezione del valore di ogni situazione promana da inconvenienti pratico/sanitari, e da immagazzinamento forzoso di esperienze.
Viaggio come momento propizio per cambiare i rapporti fra i suoi partecipanti. Passare qualche giorno spostandosi di continuo con pochi e ben selezionati amici, che si chiacchierano addosso fitto fitto, e quasi non si accorgono delle immagini che scorrono di fronte ai loro occhi, o del cibo che scorre nei loro corpi (per quanto sia le prime che il secondo, a livello subliminale, incidano eccome). Anche questo fa parte della magia del viaggio.
11) Ritorno
C’è sempre il ritorno (si spera). Il viaggio è uno stato necessariamente provvisorio (salvo il viaggiatore “mistico dell’apolidia”). Il nuovo equilibrio che sorge al ritorno dal viaggio. Il viaggio come mezzo per rientrare nella vita quotidiana più coscienti (quello che è straordinario non è l’eccezionale ma il comune; per esempio - invero poco appropriato in Italia - che i treni arrivino in orario). Augurio: che l’esperienza dell’inimmaginato, dell’inconsueto, riesca a farci percepire anche l’eccezionalità del quotidiano.
12) Conclusione pluralista
Quanto ho scritto non ha alcun valore precettivo. Si tratta del mio ideale di viaggio, e di riflessioni varie, condizionate dalla mia cultura e dal mio temperamento attuali. Si possono avere concezioni ed esperienze diverse del viaggio e non intendo fare graduatorie. Sono molte, e soggettive, le circostanze della vita che incidono sul modo di percepire le dimensioni fondamentali dell’esistere, e che modellano lo stile di viaggiare: si pensi a un viaggio di nozze.
Del resto, anch’io ho fatto viaggi molto diversi fra loro nella struttura, e viaggi lontani dall’ideale sopra abbozzato. A diverse fasi dell’esistenza possono corrispondere diversi tipi di viaggio. Per ora ho “fatto” una sola crociera, virtuale, ed è quella avvenuta leggendo “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace (libro che consiglio). Non escludo però che un giorno, divenuto vecchio, solo e malandato, possa infilarmi in una nave da crociera, col desiderio di sentirmi per qualche tempo “servito e riverito”, e possa trarne conforto e piacere. Non ci sarà nulla di male.
13) Dramma finale
L’emergenza climatica ha dimensioni gravi. Bisognerebbe ridurre in modo radicale i consumi. Quindi bisognerebbe smettere di viaggiare per diletto con aerei, automobili e qualsiasi mezzo che divori energia. Non so quanto le persone, mediamente, si rendano conto del rilievo del fenomeno del riscaldamento globale. A me pare di grande importanza, per la nostra specie non per il pianeta (v. il mio articolo “Riflessioni sul cambiamento climatico”).
Smettere di consumare viaggi comporterebbe una rivoluzione per tutti i non pochi che nel mondo intero possono permetterselo e lo fanno abitualmente. Questo articolo è stato scritto nel 2015, prima che acquisissi piena consapevolezza del problema, e nella sostanza non l’ho cambiato. Però queste riflessioni finali - scritte nel 2024 - suggeriscono di rileggerlo chiedendosi quanto delle mie proposte di viaggio resti attuabile anche nell’impossibilità di andare lontano (o meglio, nell’impossibilità di farlo in tempi rapidi). Credo che qualcosa scomparirebbe, ma molto potrebbe permanere: soprattutto, non sarebbe necessario trasformare le strutture mentali fondamentali del viaggiatore.
Viaggi meno frequenti ma con permanenze più lunghe, fino a diventare soggiorni: esperienze maggiori e impatti ambientali minori. Passare dal collezionismo (andare dappertutto, completare la collezione) al sodalizio (diventare amici di alcuni luoghi). Il soggiorno ha una durata che fa sì che uno faccia la stessa vita dei locali, abbia da risolvere gli stessi problemi, contragga le stesse abitudini, frequenti gli stessi luoghi, e parli almeno un poco la lingua del posto. Con tutte le conseguenze di vera conoscenza, cioè esperienza di quell’altrove, anziché mera informazione su di esso.